"Basta adesso..." mormorò Gentle.
Il monaco si stava accovacciando al suo fianco.
"Ce la fai a tirarti su," gli chiese, "o devo aiutarti?"
Gentle si appoggiò sulle mani e si mise in ginocchio, senza dare risposta a quella domanda. Sparito il mystif, il vento maligno che lo aveva accompagnato portando una simile devastazione diminuì la sua potenza, e i detriti che aveva sollevato nell'aria si rovesciarono al suolo, simili a una macabra grandinata. Per la seconda volta il monaco alzò le mani per schivarli. Gentle si rese a malapena conto di quel che stava accadendo. Il suo sguardo era fìsso all'Annullamento che rapidamente si stava arrestando. Quando la pioggia di tende, pietre e corpi fu cessata, ogni traccia della parete divisoria scomparve: ci fu dir nuovo l'assenza in cui l'occhio si perdeva senza trovare alcun appiglio.
Gentle si alzò e, distogliendo lo sguardo da quella nullità, esaminò la desolazione che si stendeva in tutte le direzioni fuorché in una. Il cerchio delle Madonne che aveva intravisto nella tempesta era ancora intatto, e al suo interno avevano trovato rifugio una cinquantina di sopravvissuti: alcuni erano inginocchiati tra singhiozzi e preghiere, altri baciavano i piedi delle statue che li avevano protetti, altri ancora avevano lo sguardo fisso all'Annullamento, origine di quella distruzione che aveva spazzato via tutto fuorché loro, il Maestro e il monaco.
"Riesci a vedere Athanasius?" chiese Gentle all'uomo che gli stava al fianco.
"No, ma è da qualche parte, vivo," fu la sua risposta. "Lui è come te, Maestro: è troppo risoluto perché possa morire."
"Non credo che la risolutezza mi avrebbe salvato se non ci fossi stato qui tu," osservò Gentle. "Tu hai il vero potere dentro di te."
"Forse un po'," replicò il monaco, con un sorriso umile. "Ho avuto un buon insegnante."
"Anch'io," disse Gentle in tono sommesso. "Ma l'ho perso."
Accorgendosi che gli occhi del Maestro si stavano colmando di lacrime, il monaco fece per allontanarsi, ma Gentle gli disse:
"Non ti preoccupare delle lacrime. È da tanto che desideravo piangere. Permettimi di chiederti qualcosa. Saprò capirti, se mi dirai di no."
"Cosa vuoi sapere, Maestro?"
"Quando me ne andrò da qui, ritornerò al Quinto Dominio per preparare la Riconciliazione. Credi di fidarti di me quanto basta per entrare a far parte del Sinodo come rappresentante del Primo Dominio?"
Il viso del monaco s'illuminò di felicità, e parve persino ringiovanire. "Sarebbe un onore per me, Maestro," rispose.
"È rischioso," lo mise in guardia Gentle.
"Lo è sempre stato. Ma non mi troverei qui, adesso, se non fosse stato per te."
"Com'è possibile?"
"Sei tu che m'ispiri, Maestro," replicò l'uomo chinando il capo in segno di deferenza. "Chiedimi qualunque cosa e io farò del mio meglio per realizzarla."
"Resta qui, allora. Osserva l'Annullamento e aspetta. Ti troverò io quando sarà il momento."
Le sue parole sfoggiarono più sicurezza di quanta ne avesse effettivamente, ma forse quella era una qualità che rientrava nel repertorio di un Maestro.
"Aspetterò," rispose il monaco.
"Come ti chiami?"
"Quando mi sono unito ai Dearther mi chiamavano Chicka Jackeen."
"Jackeen?"
"Vuol dire senza valore," rispose l'uomo.
"Quand'è così, abbiamo molto in comune," disse Gentle. Gli prese la mano e gliela strinse. "Ricordati di me, Jackeen."
"Il tuo pensiero non mi ha mai abbandonato," gli rispose l'uomo.
C'era qualcosa nelle sue parole che Gentle non riuscì a cogliere, ma non era quello il momento di starci a pensare. Lo aspettavano due viaggi ardui e pericolosi: il primo a Yzordderrex, il secondo verso il Rifugio.
Ringraziato Jackeen per l'impegno che si era accollato, Gentle lo lasciò nell'Annullamento e riprese il cammino, percorrendo quei sentieri devastati per raggiungere il cerchio delle Madonne. Alcuni sopravvissuti stavano lasciando quel rifugio alla ricerca del posto che occupavano prima, probabilmente nella speranza, che Gentle temeva vana, di trovare qualcun altro ancora vivo. Troppe volte durante il suo viaggio attraverso i Domini aveva assistito a scene simili di dolore e sconcerto. Avrebbe tanto voluto credere che fosse solo un caso fortuito se quelle scene di devastazione si ripetevano davanti ai suoi occhi, ma sapeva che non era così. Egli era legato all'uragano quanto lo era a Pie. Forse quel legame era ancora più forte ora che il mystif se n'era andato.
Quanto Jackeen aveva detto circa la risolutezza di Athanasius trovò conferma non appena Gentle si fu avvicinato di più al cerchio. L'uomo era al centro di un gruppetto di Dearther raccolti in preghiera per ringraziare la Madre Santa di averli mantenuti in vita. Quando Gentle li raggiunse, Athanasius alzò la testa. Aveva un occhio chiuso da una crosta di sangue e sudiciume, ma nell'altro c'era odio sufficiente a infiammare una dozzina di pupille. Incontrando il suo sguardo, Gentle si bloccò, mentre il prete ridusse a un sussurro la preghiera che stava recitando per impedire all'intruso di udire le sue parole di devozione. L'udito di Gentle, però, non era stato indebolito dal frastuono al punto da non riuscire a cogliere alcune frasi. Sebbene non ci fossero dubbi che la donna rappresentata in tante copie in quel cerchio altri non fosse che la Vergine Maria, o lì veniva chiamata con altri nomi, oppure aveva delle sorelle. Sentì che la chiamavano Uma Umagammagi, Madre Imagica, e udì anche qualcuno usare il nome che gli aveva bisbigliato Uzzah nella sua cella sotto la maison de santé: Tishalullè. C'era un terzo nome, anche se gli ci volle del tempo per essere certo di aver capito bene, ed era Jokalaylau. Athanasius la implorava di conservare un posto per loro al suo fianco tra le nevi del paradiso: piuttosto irritato, Gentle si chiese se l'uomo avesse mai messo piede in quella desolazione, dato che lo riteneva un luogo paradisiaco.
Per quanto i nomi fossero strani, la forza ispiratrice non lo era affatto. Athanasius e i suoi miseri seguaci stavano invocando quella stessa Dea amorevole davanti alla quale, nei templi del Quinto Dominio, venivano accese ogni giorno un'infinità di candele. Perfino Gentle, nella sua miscredenza, s'era dovuto arrendere alla presenza di quella donna nella sua vita, e l'aveva adorata nell'unico modo in cui era capace: con la seduzione e il temporaneo possesso del suo sesso. Se avesse avuto l'amore di una madre o di una sorella, avrebbe potuto conoscere una forma di devozione migliore della lussuria, ma sperava e credeva che la Donna Santa avrebbe perdonato le sue trasgressioni, anche se così non avrebbe fatto Athanasius. Questo pensiero lo confortò. Aveva bisogno di tutta la protezione possibile per affrontare la battaglia che l'aspettava e non era di poco sollievo sapere che santuari della Madre Imagica si trovavano anche nel Quinto Dominio, dove si sarebbe combattuta quella battaglia.
Finito di celebrare il servizio religioso, Athanasius lasciò libera la congregazione di andare a frugare tra le macerie. Lui rimase invece al centro del cerchio, dove alcuni sopravvissuti che avevano resistito fino a quel momento si accasciarono disordinatamente al suolo.
"Avvicinati, Maestro," disse Athanasius. "C'è qualcosa che devi vedere."
Gentle entrò nel cerchio pensando che Athanasius volesse mostrargli la salma di un bambino o di qualche fragile beltà. Il viso che giaceva ai suoi piedi era però quello di un uomo, tutt'altro che innocente.
"Credo che tu lo conosca."
"Sì. Si chiamava Estabrook."
Gli occhi di Charlie erano chiusi come la bocca, sigillata nel momento del trapasso. Non c'erano segni di ferite. Forse il suo cuore non aveva retto allo scompiglio.
"Nikaetomaas ha detto che l'avevate portato qui scambiandolo per me."
"Pensavamo fosse un Messia," disse Athanasius. "Quando ci siamo resi conto che non lo era abbiamo continuato a osservarlo, aspettando un miracolo. Invece..."
"... invece sono arrivato io. Per quel che vale adesso, avevi ragione. Sono io la causa di tutto questo sfacelo. Non so proprio quale ne sia la ragione e non mi aspetto che tu mi perdoni, ma voglio che tu sappia che non ne ho ricavato alcun piacere. Tutto ciò che voglio è poter trasformare in bene il male che ho causato."
"E come farai, Maestro?" domandò Athanasius. L'occhio sano si riempì di lacrime alla vista dei corpi. "Come pensi di farlo, questo bene? Puoi risuscitarli con ciò che hai tra le gambe? È questo il trucco? Puoi riportarli in vita fottendoli?"
Gentle emise un brontolio di disgusto.
"È questo quello che voi Maestri credete, vero? Voi non volete soffrire, volete soltanto la gloria. A un tocco della vostra bacchetta la terra fiorisce. Ma le cose non vanno in questo modo. È il vostro sangue, il vostro sacrificio ciò che la terra vuole. E, fino a quando glielo negherete, altri morranno al vostro posto. Mi taglierei la gola, credimi, se pensassi che questo possa far risorgere questa gente, ma mi è stato giocato un tiro atroce. Ho la volontà di farlo, ma il mio sangue non vale un accidente. Il tuo, invece, sì. Non ne conosco il motivo. Avrei voluto che fosse diverso, purtroppo non lo è."
"Farebbe piacere a Uma Umagammagi vedermi sanguinare?" chiese Gentle. "O a Tishalullè? O a Jokalaylau? È questo che le tue amorose madri vogliono dal loro figlio?"
"Tu non appartieni a loro. Non so a chi tu appartenga, ma certo non sei stato originato dai loro corpi leggiadri."
"Devo pur provenire da qualche parte," disse Gentle, dando voce, per la prima volta in vita sua, a quel pensiero. "Ho uno scopo dentro di me da perseguire, e credo che ce l'abbia messo Dio."
"Non andare troppo in là col pensiero, Maestro. La tua ignoranza è forse l'unica arma di difesa che noialtri possiamo usare contro di te. Rinuncia alla tua ambizione prima che tu scopra di cosa sei veramente capace."
"Non ci riesco."
"Oh, ma è semplice," disse Athanasius. "Ucciditi, Maestro. Lascia che la terra si mitra del tuo sangue. Questo è il servigio più grande che tu possa rendere ai Domini in questo momento."
A quelle parole Gentle rivisse il ricordo doloroso di una lettera che aveva letto mesi prima, in un'altra terra desolata.
Fallo per le donne del mondo, gli aveva scritto Vanessa, tagliati quella gola bugiarda.
Aveva forse compiuto quel viaggio nei Domini solo per avere lo stesso consiglio che gli aveva già dato una donna tradita dal suo amore? Dopo tutti i suoi sforzi per cercare di capire, doveva forse concludere che la sua vita era stata altrettanto dannosa e disonesta da Maestro quanto lo era stata da amante?
Athanasius comprese, dall'espressione del volto di Gentle, di aver fatto centro con quest'ultima frecciata, e con ghigno spietato continuò a insistere su quel punto.
"Fallo subito, Maestro," disse. "Ci sono già abbastanza orfani sparsi nei Domini, e non c'è bisogno che tu assecondi anche per un altro solo giorno le tue ambizioni."
Ma stavolta Gentle non si curò di quelle parole crudeli. "Tu, Athanasius, hai celebrato le mie nozze con l'amore della mia vita," disse. "Non lo dimenticherò mai."
"Povero Pie'oh'pah," replicò il prete, mettendo ancora il dito nella piaga. "Un'altra delle tue vittime. Quanto veleno deve esserci dentro di te, Maestro."
Gentle si girò e uscì dal cerchio senza rispondere, mentre Athanasius continuava a ripetergli il consiglio.
"Ucciditi presto, Maestro," disse. "Fallo per te, per Pie e per tutti noi. Ucciditi presto."
Gentle impiegò un quarto d'ora per farsi strada tra le rovine e arrivare in un punto dove il terreno era più sgombro, animato dalla speranza di poter trovare un veicolo qualunque, quello di Floccus, magari, di cui impadronirsi per tornare a Yzordderrex. Se non l'avesse trovato, avrebbe dovuto sobbarcarsi un lungo e duro viaggio a piedi, ma si sarebbe piegato a quel segno del destino. La luce già debole che proveniva dai fuochi alle sue spalle andava scemando; Gentle fu costretto a continuare la ricerca con il solo ausilio delle stelle, il cui bagliore non sarebbe stato certo sufficiente, da solo, a fargli trovare il veicolo, se a guidarlo non ci fossero stati gli squittii della cagna porcina di Floccus Dado, Sighshy, ancora infilata lì dentro con i suoi piccoli. L'auto era stata capovolta dalla tempesta, perciò Gentle vi si avvicinò solo per farne uscire le bestie e andare poi a cercare un altro mezzo. Ma, mentre s'affannava con la maniglia, dal finestrino appannato comparve un volto umano. Floccus era lì dentro e accolse Gentle con strepiti di sollievo rumorosi quasi quanto quelli di Sighshy. Gentle si arrampicò su un lato della macchina e, imprecando e sudando, riuscì a strappare lo sportello.
"Sei una visione miracolosa per i miei occhi, Maestro," disse Floccus. "Credevo di soffocare, lì dentro."
La puzza era insopportabile, e Floccus se la portò dietro quando uscì, arrampicandosi, dalla macchina. Aveva i vestiti incrostati di escrementi.
"Come sei finito lì dentro?" gli chiese Gentle.
Floccus si tolse un po' di stereo dagli occhiali e ammiccò al suo salvatore attraverso le lenti. "Quando Athanasius mi ha chiesto di venirti a chiamare ho pensato: c'è qualcosa che non va, Dado. E meglio che te ne vai, finché sei in tempo. Ero appena salito in macchina, quando è cominciata la tempesta che l'ha soltanto capovolta, con noi dentro. I finestrini sono infrangibili e le serrature erano bloccate. Non potevo uscire."
"Sei stato fortunato a trovarti là dentro."
"Lo vedo," osservò Floccus, notando la distruzione intorno a lui. "Cos'è successo qui fuori?"
"Qualche spirito è uscito dal Primo Dominio, per cercare Pie'oh'pah."
"Dunque, è stato l'Imperscrutato a far questo?"
"Così sembrerebbe."
"Non è stato gentile," disse Floccus in tono soave, sottovalutando, sicuramente per effetto del buio, la gravita della situazione. Sollevò Sighshy e i suoi piccoli, due dei quali erano morti appena nati, e li tirò fuori dall'auto, poi con Gentle cominciò a raddrizzare il veicolo. L'impresa non fu facile ma Floccus sopperì con il vigore alla sua bassa statura, e unendo le forze riuscirono nell'intento. Gentle aveva espresso chiaramente la sua intenzione di ritornare a Yzordderrex, ma non fu sicuro delle decisioni di Floccus finché il motore non venne acceso. Poi disse: "Mi accompagni?"
"Dovrei restare," replicò Floccus. Ci fu una pausa carica di nervosismo. "Ma la morte non è mai stata il mio forte."
"Hai detto la stessa cosa del sesso."
"È vero."
"Non hai molta scelta, allora."
"Preferiresti andare senza di me, Maestro?"
"Assolutamente no. Se vuoi venire, vieni pure, Ma rimoviamoci. Voglio essere a Yzordderrex all'alba."
"Perché, cosa succederà all'alba?" chiese Floccus, la voce scossa da un tremito superstizioso.
"Comincia un giorno nuovo."
"Dovremmo gioire di questo?" chiese l'altro, come se percepisse una qualche profonda saggezza nella risposta del Maestro, ma fosse incapace di coglierla appieno.
"In realtà dovremmo, Floccus, dovremmo proprio, Per il giorno e per l'opportunità che offre."
"L'opportunità? Di quale opportunità parli?"
"L'opportunità di cambiare il mondo."
"Ah," disse Floccus. "Naturalmente. Cambiare il mondo, Pregherò per questo d'ora in poi."
"Lo faremo insieme, Floccus. Da questo momento in avanti dovremo inventarci tutto da capo. Chi siamo. Ciò in cui crediamo, Troppe volte sono stati ripercorsi sentieri già battuti. Troppe antiche tragedie si sono ripetute. Dobbiamo trovare una strada nuova a partire da domani."
"Una strada nuova."
"Così va bene. Dovremo ambire a questo, d'accordo? Essere degli uomini nuovi quando apparirà la Cometa."
Era evidente, perfino alla debole luce delle stelle, che Floccus aveva dei dubbi.
"Non abbiamo molto tempo allora," osservò.
Era vero, pensò Gentle. Nel Quinto Dominio il solstizio d'estate non doveva essere molto lontano e, pur non comprendendone le ragioni, Gentle sapeva che la Riconciliazione poteva avvenire solo in quel giorno. Davvero una bella ironia. Aveva sciupato anni alla ricerca di sensazioni, e adesso il tempo che gli rimaneva per riparare a quello spreco poteva essere misurato in ore.
"Ce n'è abbastanza," disse, sperando di rispondere ai dubbi di Floccus e di mettere a tacere i propri, ma sapendo in cuor suo che ciò non sarebbe servito a molto.
42
I
Non fu il rumore a scuotere Jude dal torpore che l'aveva invasa non appena si fu sdraiata sul narcotico letto di Quaisoir: da tempo ormai si era abituata all'anarchia notturna. Fu invece svegliata da un senso di disagio, troppo vago per essere identificato e tuttavia troppo insistente perché si potesse ignorarlo. Doveva essere successo qualcosa d'importante nel Dominio e, seppure con i riflessi ancora un po' annebbiati dal sonno, Judith si svegliò troppo agitata per indugiare oltre sul cuscino profumato. Con la testa che ronzava si tirò su, sgusciando fuori dal letto e andando in cerca di sua sorella. Sulla porta trovò Concupiscentia, un sorriso malizioso dipinto sul volto. Jude si ricordava vagamente di quella creatura dai contorni indeterminati che aveva animato uno dei suoi torpidi sogni: il senso d'inquietudine che l'aveva svegliata era adesso più importante che fantasticare su quanto le era accaduto nel sonno. Trovò Quaisok seduta vicino alla finestra, in una stanza buia.
"Qualcosa ti ha svegliato, sorella?" le chiese Quaisoir.
"Sì, ma non so esattamente cosa. Tu lo sai?"
"Qualcosa accaduto nel deserto," rispose Quaisoir, girandosi verso la finestra sebbene non avesse gli occhi per riuscire a vedere. "Qualcosa di straordinario."
"Non c'è modo di scoprire cosa sia?"
Quaisoir fece un profondo respiro, "Non è facile."
"Ma esiste un modo?"
"Sì, c'è un posto sotto la torre del Cardine..."
Concupiscentia aveva seguito Judith nella stanza, ma ora, sentendo nominare quel luogo, fece per ritrarsi. Non fu però abbastanza silenziosa, né veloce. Quaisoir la richiamò indietro.
"Non temere," disse alla creatura. "Non avremo bisogno di te, quando saremo là dentro. Però vai a prendere una lampada, vuoi? E porta anche qualcosa da mangiare e da bere. È probabile che dovremo restare lì dentro per un po'."
Era trascorsa più di mezza giornata da quando Jude e Quaisoir si erano rifugiate nell'appartamento; anche gli ultimi occupanti del palazzo erano scappati, certamente per paura del fervore rivoluzionario che mirava a cancellare dalla fortezza tutti i collaboratori dell'Autarca fino all'ultimo burocrate. Costoro erano fuggiti, ma al loro posto non erano arrivati gli insorti. Sebbene Jude al risveglio avesse udito del trambusto provenire dai cortili, esso era rimasto circoscritto lì. O forse la furia che aveva sollevato la marea si era esaurita, e gli insorti si stavano riposando prima di prendere d'assalto il palazzo, o il fervore che li aveva animati era svanito di colpo, e il trambusto che lei aveva sentito era provocato dalle lotte tra le fazioni che si contendevano il bottino e che si erano reciprocamente annientate. In ogni caso, la conseguenza era la stessa: un palazzo costruito per essere abitato da molte migliaia di anime - servi, soldati, scribacchini, cuochi, economi, messi, aguzzini e maggiordomi - era adesso deserto. C'erano solo Jude, guidata dalla lampada di Concupiscentia, e Quaisoir che le seguiva: si muovevano in quel palazzo come tre minuscoli granelli animati, persi in un'enorme macchina buia. Gli unici suoni erano quelli dei loro passi e i rumori della macchina che stava andando fuori uso. I tubi dell'acqua calda gorgogliavano mentre le caldaie che li alimentavano s'andavano raffreddando; le persiane continuavano a sbattere nelle stanze deserte fino ad andare in pezzi; i cani da guardia abbaiavano e rosicchiavano i guinzagli nel timore che i padroni non tornassero più. Cosa che, d'altra parte, sarebbe successa. Le caldaie si sarebbero spente, le. persiane sarebbero cadute a pezzi e i cani, addestrati per uccidere, sarebbero stati a loro volta uccisi. L'era dell'autarca Sartori era finita e un'altra era non era ancora cominciata.
Lungo il cammino, Jude volle sapere qualcosa del posto verso cui erano dirette, e Quaisoir cominciò a raccontarle la storia del Cardine. Tutto ciò che l'Autarca aveva fatto per conquistare e soggiogare i Domini Riconciliati rovesciando le religioni e i governi dei suoi nemici, e mettendo le nazioni le une contro le altre, non sarebbe riuscito a tenerlo al potere per più di un decennio, se egli non avesse avuto l'idea geniale di rubare e di porre al centro del suo impero quello che nell'Imagica era considerato il più importante simbolo di potere. Il Cardine era il segno di Hapexamendios, e il fatto che l'Imperscrutato avesse permesso al Costruttore di Yzordderrex di toccarlo, addirittura di spostarlo, era per molti la dimostrazione che, per quanto i cittadini potessero disprezzare l'Autarca, egli era ben visto dalla divinità e non sarebbe mai stato abbattuto. Nemmeno lei conosceva i poteri che il Cardine conferiva a chi lo possedeva.
"Talvolta," disse, "quando era sotto l'effetto del kreauchee, l'Autarca parlava del Cardine come se ci fosse sposato e lui fosse la moglie. Lo diceva perfino mentre facevamo l'amore. Diceva che il cardine era dentro di lui come lui era dentro di me. Naturalmente dopo negava tutto, ma era sempre nei suoi pensieri. E nei pensieri di ogni uomo."
Jude aveva dei dubbi in proposito, e glielo disse.
"Ma gli uomini vogliono essere posseduti," replicò Quaisoir. "Vogliono essere penetrati da una qualche forma di Spirito Santo. Ascolta le loro preghiere."
"Non li sento pregare molto spesso."
"Li sentirai quando non ci sarà più fumo," disse Quaisoir. "Avranno paura quando capiranno che l'Autarca se n'è andato. Forse l'hanno odiato quando c'era, ma ancor più lo odieranno per la sua fuga."
"Se hanno paura diventeranno pericolosi," disse Jude, rendendosi conto d'avere espresso un parere che sembrata uscito dalla bocca di Clara Leash. "Ma devoti non saranno mai."
Concupiscentia si fermò prima che Quaisoir potesse riprendere il filo del racconto, e si mise a mormorare una breve preghiera.
"Ci siamo?" chiese Quaisoir.
La creatura interruppe la sua supplica per comunicare alla padrona che erano arrivate. Non c'era nulla di eccezionale nella porta dinanzi a loro o nelle scale che si snodavano a perdita d'occhio su entrambi i lati. Erano monumentali e perciò ordinarie. Erano passate attraverso dozzine di portali simili a quello man mano che si addentravano nel freddo ventre di quel luogo. Ma Concupiscentia era completamente terrorizzata da quella porta, o piuttosto da quello che c'era dall'altra parte.
"Siamo vicine al Cardine?" chiese Jude.
"La Torre è proprio sopra di noi," rispose Quaisoir.
"Non è lì che stiamo andando?"
"No. Il Cardine potrebbe ucciderci. Ma c'è una stanza sotto la Torre in cui confluiscono i messaggi raccolti dal Cardine. L'ho spiato spesso, a sua insaputa."
Jude si liberò del braccio di Quaisoir e si avvicinò alla porta, contenendo l'irritazione che provava per non poter arrivare direttamente alla Torre. Voleva vedere da vicino quella potenza che si diceva fosse stata forgiata e impiantata da Dio stesso, Quaisoir ne aveva parlato come di un'entità letale, e forse lo era, ma come si poteva esserne sicuri senza prima confrontarsi con essa? Forse era tutta un'invenzione dell'Autarca, un modo per tenere per sé i suoi doni. Aveva prosperato sotto la sua egida, non c'erano dubbi su questo. Cosa avrebbe potuto fare qualcun altro, se avesse goduto del favore del Cardine? Trasformare in giorno la notte?
Jude girò la maniglia e aprì la porta. Dall'oscurità venne una ventata d'aria gelida e malsana. Jude chiamò Concupiscentia perché le andasse accanto, le prese la lampada e la tenne in alto. Davanti a loro si snodava un piccolo corridoio inclinato, dalle pareti quasi brunite.
"Aspetto qui, Signora?" chiese Concupiscentia.
"Dammi tutto quel che hai portato da mangiare," le disse Quaisoir, "e rimani fuori della porta. Se senti o vedi qualcuno, voglio che tu venga a chiamarci. So che non ti piace andare lì dentro, ma devi essere coraggiosa. Mi capisci, cara?"
"Capisco, Signora," replicò Concupiscentia, porgendo alla padrona il fagotto e la bottiglia che aveva con sé.
Così carica, Quaisoir prese il braccio di Jude e imboccarono il passaggio. Parte della macchina della fortezza funzionava ancora, a quanto pareva, perché non appena ebbero richiuso la porta un circuito si attivò e le due donne sentirono l'aria vibrare sulla pelle, vibrare e sussurrare.
"Eccoli," disse Quaisoir. "Sono dei segnali di avvertimento."
Jude pensò che fosse un modo fin troppo gentile per definire quel rumore. Il corridoio era pervaso da una sorta di ronzio fragoroso; brandelli di voci e suoni del tutto incomprensibili emessi da un migliaio di apparecchi radiofonici mal sintonizzati. Jude alzò la lampada per vedere quanta strada dovevano ancora fare. Il corridoio terminava una decina di metri più avanti, ma a ogni metro che percorrevano il baccano aumentava non tanto in volume, quanto in complessità, come se sempre nuove stazioni si aggiungessero a quelle su cui erano già sintonizzate le pareti. Nessuno di quei rumori poteva definirsi musica. Era una moltitudine di voci che formavano un unico suono, e c'erano urla solitàrie, lamenti, grida e parole pronunciate quasi declamando.
"Cos'è questo rumore?" chiese Jude.
"Il Cardine ascolta ogni tipo di formula pronunciata nei Domini. Ogni invocazione, ogni confessione, ogni promessa fatta in punto di morte. Così l'Imperscrutato sa sempre quali sono le divinità adorate oltre a lui."
"Spia perfino sul letto di morte?" chiese Jude, disgustata da quel pensiero.
"Ovunque un essere mortale si rivolga alla divinità, lì c'è Lui."
"È anche qui?" le chiese Jude.
"No, a meno che tu non cominci a pregare," rispose Quaisoir.
"Non lo farò."
Erano arrivate in fondo al corridoio, e l'aria era più carica di messaggi che mai, e anche più fredda. La luce della lampada illuminò una stanza a forma d'imbuto, larga circa sei metri, con le pareti ricurve, brunite come quelle del corridoio. Sul pavimento c'era una grata, simile allo sgocciolatoio sotto un banco di macellaio, attraverso cui i frammenti di preghiere, strappati dai cuori delle anime in pena, o trasformati in lacrime di gioia, si disperdevano sul monte su cui era stata costruita Yzordderrex. Era difficile per Jude riuscire a concepire la preghiera come un qualcosa di solido, una sorta di materiale da raccogliere, analizzare e buttar via; ma sapeva che quella sua incapacità derivava dal fatto di essere sempre vissuta in un mondo che non amava le trasformazioni. Non c'era nulla di così solido da non poter essere astratto, nulla di così etereo da non poter essere collocato nell'universo materiale. La preghiera poteva col tempo divenire sostanza, e il pensiero (che lei aveva sempre considerato strettamente collegato alla testa finché non aveva sognato la pietra blu) poteva volare come un uccello dallo sguardo splendente, e scrutare il mondo da una posizione lontana da chi lo stava pensando; un insetto poteva disfare la carne se conosceva il codice, e la carne, a sua volta, poteva muoversi tra i mondi come un'immagine che sfiora fugacemente la mente. Jude sapeva che tutti quei misteri facevano parte di un unico sistema, che però lei non riusciva ad afferrare: una forma diveniva un'altra, e poi un'altra e un'altra ancora, in uno splendido arazzo di trasformazioni che confluivano nell'Essere stesso.
Jude si liberò del braccio di Quaisoir, e si avviò verso il centro della stanza, posando la lampada accanto alla grata sul pavimento. Erano andate lì con uno scopo ben preciso e Judith sapeva di doversi aggrappare a quell'idea, o i suoi pensieri si sarebbero lasciati trascinare dall'onda dei suoni.
"Come si fa a capire?" chiese a Quaisoir.
"Ci vuole tempo," replicò sua sorella. "Anche per me. Ma ho segnato i punti cardinali sulle pareti. Li vedi?"
Li vedeva. Segni mal delineati, scalfiti sulla superficie lucente.
"L'Annullamento è a nord-nord-ovest rispetto a noi. Possiamo restringere un po' le possibilità se ci voltiamo verso quella direzione." Allargò le braccia come un fantasma. "Guidami verso il centro," disse.
Jude obbedì ed entrambe si rivolsero verso l'Annullamento. A Jude quella non parve un'idea granché buona. Il frastuono continuava più confuso che mai. Quaisoir lasciò cadere le mani e stette ad ascoltare intenta, muovendo leggermente la testa da una parte all'altra. Passarono così parecchi minuti. Jude continuava a tacere nel timore che una sua domanda potesse interrompere la concentrazione della sorella, e la sua perseveranza fu alla fine premiata da un sussurro.
"Stanno pregando la Madonna," disse Quaisoir.
"Chi sta pregando?"
"I Dearther. Fuori dall'Annullamento. Stanno ringraziandola per essere stati liberati, e chiedono che le anime dei morti siano accolte in Paradiso."
Quaisoir tacque di nuovo e Jude si sforzò di mettere ordine in quel miscuglio di frammenti che captava. Ma per quanto si sforzasse di concentrarsi e cominciasse ora a carpire parole e frasi alla confusione, non riusciva a rimanere concentrata abbastanza a lungo da dare un senso a quello che sentiva. Dopo un po' il corpo di Quaisoir si rilassò e la regina scrollò le spalle.
"S'intravedono solo dei barlumi adesso," disse. "Credo abbiano trovato i corpi. Sento delle preghiere singhiozzate e bestemmie appena sussurrate."
"Sai cos'è successo?"
"È stato qualche tempo fa," rispose Quaisoir. "Queste preghiere rivolte al Cardine sono andate avanti per molte ore. Ma una cosa è certa: si tratta di un evento luttuoso," aggiunse. "Penso ci siano stati molti morti."
"È come se ciò che è successo a Yzordderrex si stesse diffondendo," disse Jude.
"Forse è così," replicò Quaisoir. "Vuoi sederti a mangiare qualcosa?"
"Qui?"
"E perché no? Lo trovo molto rilassante." Allungò una mano per farsi aiutare da Jude e si accovacciò. "Dopo un po' ci si abitua. Forse anche troppo. A proposito, dov'è il cibo?" Jude mise il fagotto nelle mani che Quaisoir aveva allungato verso di lei. "Spero che la ragazza si sia ricordata del kreauchee."
Le sue dita erano forti: dopo aver tolto l'involucro esterno passò il contenuto, un pezzo per volta, a Jude. C'erano della frutta, tre pagnotte di pane nero, un po' di carne e quest'ultima scoperta suscitò un allegro gridolino di Quaisoir: un pacchetto che non passò a Jude, ma che si avvicinò al naso.
"Ragazza sveglia," disse Quaisoir. "Sa di che cosa ho bisogno."
"È droga?" chiese Jude, posando il cibo. "Non voglio che tu la prenda. Ho bisogno che tu sia lucida, non voglio che la tua mente cominci a vagare per conto suo."
"Stai forse cercando di proibirmi questo piacere dopo aver sognato sui miei guanciali?" disse Quaisoir. "Oh sì, ti ho sentita ansimare e gemere. Chi stavi sognando?"
"Sono affari miei."
"E questo è affar mio," replicò Quaisoir, scartando l'involucro con cui Concupiscentia aveva meticolosamente avvolto il kreauchee. Sembrava appetitoso, come un cioccolatino fondente. "Quando non avrai più alcun vizio, sorella, allora potrai fare della morale," disse Quaisoir. "Non ti ascolterò, ma potrai farla."
Detto ciò, si mise in bocca tutto il kreauchee, masticandolo con soddisfazione. Nel frattempo Jude cercò una fonte di sostentamento più convenzionale, scegliendo tra i vari frutti dell'involto uno che assomigliava a un minuscolo ananas; dopo averlo sbucciato scoprì che era proprio ananas. Dopo averlo mangiato passò al pane e ai pezzetti di carne: i primi morsi le fecero venire un appetito tale che divorò tutto il resto, annaffiandolo con l'acqua amara della bottiglia. La marea di preghiere che le era sembrata così persistente quando aveva messo piede in quella stanza non poteva competere con le sensazioni più immediate procuratele da quel miscuglio di frutta, pane, carne e acqua; il frastuono divenne un mormorio di sottofondo cui fece appena caso fino a quando non ebbe finito il pasto. A quel punto il kreauchee stava chiaramente già facendo effetto su Quaisoir. La donna ondeggiava avanti e indietro come se fosse preda di qualche corrente invisibile.
"Riesci a sentirmi?" le domandò Jude.
Quaisoir ci mise un po' prima di rispondere. "Perché non mi fai compagnia?" disse. "Baciami, così possiamo dividerci il kreauchee. Bocca contro bocca, mente contro mente."
"Non voglio baciarti."
"Perché no? Odi così tanto te stessa da non riuscire a farci l'amore?" Sorrise delle sue stesse parole, divertita da quella logica perversa. "Hai mai fatto l'amore con una donna?"
"Non che mi ricordi."
"Io sì. Ai Bastioni. È stato più bello che con un uomo."
Si allungò verso Jude e trovò la sua mano con la precisione di chi ci vede.
"Sei fredda," disse.
"No, sei tu che sei calda," replicò Jude, muovendosi per rompere quel contatto.
"Lo sai, sorella, perché l'aria di questo posto è così fredda?" le chiese Quaisoir. "Perché viene dal pozzo sotto la città dov'è finito il falso Redentore."
Jude guardò la grata sotto di sé e rabbrividì. C'erano dei morti da qualche parte laggiù.
"Sei gelata come i morti," continuò Quaisoir. "Cuore di ghiaccio." Lo disse con una voce cantilenante, seguendo il ritmo del proprio dondolio. "Povera sorella. Sei già morta."
"Non voglio più sentire niente di simile," disse Jude. Era rimasta calma fino a quel momento, ma quel parlare a briglia sciolta di Quaisoir cominciava a irritarla. "Se non la smetti," disse tranquillamente, "ti lascio qui."
"Non farlo," replicò Quaisoir. "Voglio che tu rimanga e che faccia l'amore con me."
"Ti ho detto..."
"Bocca contro bocca, mente contro mente."
"Parli a vanvera."
"È così che è stato fatto il mondo," disse Quaisoir. "Messo insieme a vanvera." Si portò la mano alla bocca, come per coprirla, poi sorrise con un'allegria quasi diabolica. "Non si entra e non si esce. Questo è ciò che dice la Dea. Quando facciamo l'amore giriamo in tondo..."
"Non posso più rimanere qui dentro," la interruppe Jude.
"Ritornerai?" chiese la sua gemella.
"Sì, tra un po'."
La risposta fu ancora una ripetizione. "Ritornerai."
Questa volta Jude non si prese neanche la briga di replicare, ma attraversò il corridoio fino a raggiungere la porta. Concupiscentia, rimasta in attesa dall'altra parte, ora dormiva, e le sue fattezze erano illuminate dai primi bagliori dell'alba che filtravano dalla finestra sotto la quale riposava. Il fatto che si stesse facendo giorno sorprese Jude; credeva che dovessero passare ancora parecchie ore prima che la cometa rialzasse la sua testa incandescente. E fu ancor più disorientata quando si rese conto d'aver trascorso nella stanza con Quaisoir non minuti ma ore.
Andò alla finestra e guardò in basso, nei cortili appena rischiarati. Su un cornicione sotto di lei degli uccelli già desti si levarono d'un tratto in volo verso il cielo che si stava imbiancando, trascinando con loro anche il suo sguardo, in alto, verso la torre. Quaisoir era stata molto chiara circa i pericoli che si correvano ad avventurarsi in quel posto. Ma con tutte quelle chiacchiere sull'amore tra donne non era possibile che fosse ancora schiava del mito dell'uomo che l'aveva incoronata regina di Yzordderrex, e fosse quindi soltanto convinta che i luoghi da cui lui la teneva lontana costituissero un pericolo? Era il momento adatto per sfatare quel mito, pensò Jude: stava per cominciare un giorno nuovo e la forza che aveva sradicato il Cardine e sollevato i muri che lo circondavano non era più attiva.
Si diresse verso le scale e cominciò a risalirle. Dopo alcuni gradini la scalinata curvò e Jude si ritrovò nell'oscurità più totale, costretta a salire alla cieca, come la gemella che aveva lasciato dabbasso, poggiando il palmo della mano contro il muro freddo. Dopo una trentina di gradini, però, la sua mano s'imbatté in una porta così pesante che sulle prime pensò fosse chiusa a chiave. Le ci volle tutta la forza che possedeva per riuscire ad aprirla, ma i suoi sforzi furono ben ripagati. Dall'altra parte c'era un camminamento meno buio della scalinata che aveva appena salito, pur se ancora abbastanza oscuro da impedirle di vedere oltre i dieci metri. Avanzò con molta cautela costeggiando la parete e giunse all'angolo di un corridoio; la porta di comunicazione con la stanza posta alla sua estremità, che una volta era chiusa a chiave, era stata scardinata e ora giaceva riversa sul pavimento piastrellato, spaccata e distorta. Judith si fermò in quel punto aspettandosi un segno che rivelasse la presenza di qualche saccheggiatore. Ma non c'era nessuno, così proseguì, tenendo lo sguardo fisso su una rampa di scale che si snodava alla sua sinistra. Rinunciando a percorrere il corridoio, cominciò una seconda salita finché svoltò un angolo e fu colpita da un fascio di luce. Proveniva dalla porta in cima alle scale, che era appena socchiusa.
Judith si fermò di nuovo. Sebbene non ci fosse alcuna traccia evidente di potenze divine l'atmosfera era piuttosto tranquilla. Judith sapeva con certezza che la forza con cui doveva confrontarsi la stava aspettando in cima alle scale, e che probabilmente si era anche accorta del suo arrivo. Prese in considerazione la possibilità che quella quiete fosse studiata apposta per tranquillizzarla, e che la luce fosse stata inviata a blandirla. Ma se quella forza voleva che lei salisse lassù, doveva pur esserci una ragione.
"Vediamo di che cosa siamo fatti," disse a voce alta, lanciando la sfida tanto a se stessa quanto al Cardine dell'Imperscrutato. Così dicendo, si avviò verso la porta.
II
C'erano sicuramente itinerari più diretti, per la torre del Cardine, di quello su cui si era immesso con Nikaetomaas, ma Gentle decise di prendere la strada di cui un po' si ricordava anziché imboccare una scorciatoia e ritrovarsi poi intrappolato nel labirinto. Giunto al Cancello dei Santi Gemelli si separò da Floccus Dado, Sighshy e i cuccioli, e cominciò la scalata all'interno del palazzo, controllando a ogni finestra la propria posizione rispetto alla Torre del Cardine.
Era quasi l'alba. Gli uccelli si alzavano in volo cantando, abbandonando i nidi vicino ai colonnati e lanciandosi nei cortili, incuranti del fumo acre che nell'aria mattutina sembrava nebbia. Stava iniziando un nuovo giorno e Gentle aveva assolutamente bisogno di dormire. Aveva sonnecchiato un po' durante il viaggio di ritorno dall'Annullamento, ma ne aveva tratto ben poco ristoro. Aveva una stanchezza in corpo che di lì a pochissimo l'avrebbe messo in ginocchio, e saperlo gli faceva desiderare ancor più di affrettarsi a completare ciò che doveva fare in quel giorno. Era tornato lì per due motivi. Primo, per portare a termine ciò da cui la comparsa di Pie e il suo ferimento l'avevano distolto, e cioè ritrovare e giustiziare Sartori. Secondo, per far ritorno nel Quinto Dominio dove, secondo Sartori, sarebbe stata fondata la nuova Yzordderrex. Gentle sapeva che tornare a casa non gli sarebbe stato difficile, adesso che era a conoscenza delle sue facoltà di Maestro. Anche se non c'era più il mystif a indicargli il modo, sarebbe stato in grado di scavare tra i suoi ricordi per trovare il sistema di attraversare i Domini.
Ma per prima cosa doveva pensare a Sartori. Nonostante fossero trascorsi due giorni da quando si era lasciato sfuggire l'Autarca, Gentle nutriva la speranza che il suo doppio dimorasse ancora nel palazzo. In fin dei conti non doveva essere facile per lui staccarsi da quel ventre che si era creato con le sue mani, dove ogni sua parola era legge e ogni sua azione oggetto di venerazione. Sartori avrebbe sicuramente indugiato un po' prima di andarsene. E, se c'era un posto dove si sarebbe attardato, era vicino al simbolo di quel potere che l'aveva reso padrone indiscusso dei Domini Riconciliati: il Cardine.
Stava già cominciando a maledirsi per essersi perso, quando si trovò sul luogo in cui Pie era caduto. Lo riconobbe all'istante, così come riconobbe a distanza la porta che conduceva alla Torre. Si concesse un momento di meditazione nel punto in cui aveva stretto a sé Pie, ma non fu tanto il ricordo delle loro effusioni a catturare i suoi pensieri, quanto quello delle ultime parole del mystif, pronunciate nel tormento, mentre veniva trascinato via dalla forza dell'Annullamento.
Sartori, aveva detto Pie. Trovalo... lui sa...
Qualunque cosa Sartori sapesse - e Gentle supponeva che si trattasse di piani per impedire la Riconciliazione - lui, Gentle, era pronto a fare qualunque cosa pur di strappargli quelle informazioni prima di infliggergli il colpo di grazia. Non c'erano sottigliezze morali che tenessero. Anche se avesse dovuto rompergli ogni osso del corpo, sarebbe stata ben poca cosa paragonata ai crimini che egli aveva commesso, e Gentle sarebbe stato ben felice di assolvere quel dovere.
Il pensiero della tortura e del piacere con cui gliel'avrebbe inflitta l'aveva tentato sin da quando si era soffermato a meditare, ma ora Gentle rinunciò a tentare di mantenersi calmo. Con quel veleno nello stomaco, scese per il corridoio fino a raggiungere la porta d'accesso alla Torre. Sebbene la Cometa comparisse a metà mattinata, pochissima della sua luce penetrava nella torre, ma quei pochi raggi che riuscirono a infiltrarsi gli permisero di scorgere corridoi deserti che si snodavano in tutte le direzioni. Gentle continuò ad avanzare con cautela: era in un labirinto di stanze e ognuna di esse poteva nascondere il nemico. La stanchezza lo rendeva molto meno agile di quanto avrebbe voluto, ma raggiunse le scale che si arrampicavano verso il silos senza che il suo incespicare attirasse l'attenzione di nessuno e cominciò a salire. Ricordò che Sartori aveva aperto la porta in cima alle scale usando come chiave il suo pollice: anche lui avrebbe dovuto fare lo stesso se voleva entrare. Non era un problema: avevano un'impronta identica fino all'ultima spirale.
Non ci fu però bisogno di trucchi. La porta era spalancata e qualcuno stava muovendosi al di là di essa. Gentle si fermò a dieci passi dalla soglia e prese fiato. Doveva riuscire ad annientare la forza di Sartori all'istante per impedire ogni rappresaglia. Con uno pneuma gli avrebbe strappato la mano destra, con un altro quella sinistra. Dopo aver inspirato a fondo si arrampicò velocemente fino alla porta ed entrò nella Torre.
Il suo nemico era in piedi sotto il Cardine, le braccia alzate verso la pietra. Era completamente in ombra, ma Gentle riuscì a vedere che stava volgendo il capo in direzione della porta, e prima che l'altro fosse in grado di abbassare le braccia per difendersi, si portò il pugno alle labbra mentre il respiro gli saliva lungo la gola. Stava per spingere l'aria nel palmo chiuso, quando il suo nemico parlò con una voce che, inaspettatamente, non era la sua, ma di una donna. Rendendosi conto di aver commesso un errore, strinse il pugno per arrestare il fiato che vi aveva insufflato, ma il potere che aveva sprigionato non aveva alcuna intenzione di essere defraudato della sua preda. Fuoriuscì attraverso le dita, frammentando così la propria forza, ma conservando intatta la propria avidità. Quei micidiali frammenti volarono tutt'attorno: alcuni si scagliarono contro le pareti del Cardine, altri entrarono nell'ombra e si estinsero. La donna gridò spaventata e si allontanò dal suo aggressore, arretrando fino alla parete opposta, dove la luce la illuminò in pieno. Era Judith, o almeno così gli sembrò. Aveva già visto una volta quella faccia a Yzordderrex, e allora si era sbagliato.
"Gentle?" disse la donna. "Sei tu?"
Anche la voce sembrava la sua. Ma non aveva forse promesso a Roxborough di foggiargli una copia perfetta dell'originale? . "Sono io," disse ancora. "Sono Jude."
Ora cominciava a credere che lo fosse davvero: l'ultima parola che aveva pronunciato era una segno molto più convincente di qualunque cosa lui avesse potuto vedere. A parte Gentle, nessuno nella sua cerchia di ammiratori l'aveva mai chiamata Jude. Judy talvolta, perfino Juju, mai Jude. Quello era il diminutivo che usava lui e sapeva con certezza che Judith non avrebbe tollerato che nessun altro lo usasse.
Ora toccò a Gentle ripetere quel nome, lasciando cadere la mano dalla bocca mentre parlava; vedendo il sorriso che cominciava a illuminargli il viso, Judith gli si avvicinò nuovamente, tornando verso l'ombra del Cardine, mentre Gentle le veniva incontro. Quel movimento le salvò la vita. Un istante dopo che si fu allontanata dalla parete, una lastra di pietra, che si era staccata dall'alto del muro per effetto dello pneuma di Gentle, cadde proprio nel punto in cui prima lei si trovava. Ebbe così inizio una pioggia fitta e micidiale di schegge di pietra che cadevano dappertutto. Comunque loro erano al sicuro, al riparo del Cardine, e fu lì che si abbracciarono, si baciarono e si tennero stretti come se fosse passata una vita dall'ultima volta che si erano visti, e non solo alcune settimane... il che in un certo senso era vero.
Il frastuono causato dalla pioggia di schegge giungeva attutito là nell'ombra, sebbene provenisse da una distanza di appena qualche metro da loro. Quando Jude parlò, prendendogli il viso tra le mani, Gentle riuscì a malapena a udire i suoi sussurri, e così lei.
"Mi sei mancato..." disse. Le sue parole erano un caldo benvenuto, dopo tutti quei giorni di tormento e dopo tutte le accuse che Gentle aveva udito. "Ti ho persino sognato..."
"Raccontami il sogno," mormorò Gentle tenendo le labbra vicinissime a quelle di lei.
"Forse più tardi," disse Jude, baciandolo di nuovo. "Ho talmente tante cose da raccontarti prima."
"Anch'io," le disse Gentle.
"Dovremmo trovarci un posto più sicuro," consigliò Jude.
"Siamo fuori pericolo qui," disse Gentle.
"Sì, ma per quanto ancora?"
La furia demolitrice stava crescendo con una violenza sproporzionata rispetto alla forza che Gentle aveva sprigionato, quasi che il Cardine avesse fatto sua la potenza di quello pneuma mortale e l'avesse addirittura amplificata. Forse il Cardine sapeva - e come avrebbe potuto non saperlo? - che l'uomo di cui era stato schiavo se n'era andato, e adesso non gli restava altro da fare che demolire la prigione in cui Sartori l'aveva rinchiuso. A giudicare dalla mole delle lastre che ora piombavano ovunque, non ci sarebbe voluto molto tempo. Erano enormi, e il loro impatto era tale da aprire enormi crepe nel pavimento della Torre. A quella vista, Jude emise un grido d'allarme.
"Oh mio Dio, Quaisoir!" disse.
"Cosa c'entra lei?"
"È qui sotto!" rispose Jude, fissando le spaccature nel terreno.
"C'è una stanza qui sotto! Lei è lì!"
"A quest'ora sarà uscita!"
"No, è sotto l'effetto del kreauchee! Dobbiamo andare giù!"
Jude si allontanò da Gentle e si diresse verso l'estremità del loro riparo ma, prima che potesse fare un salto per raggiungere la pòrta aperta, la strada le fu sbarrata da una nuova pioggia di detriti e di polvere. Gentle notò che non cadevano solo i blocchi staccatisi dalla Torre. C'erano anche grossi frammenti del Cardine in quella grandinata. Cosa stava facendo? Si stava distruggendo o voleva solo spogliarsi della sua pelle per scoprirsi il cuore? Quale che fosse il motivo di quell'autodistruzione, restare alla sua ombra sarebbe stato più pericoloso ogni secondo di più. Le crepe nel pavimento erano già larghe quasi un metro e continuavano ad allargarsi, mentre il monolito sospeso sopra di loro vibrava come se la forza che lo teneva sospeso fosse sul punto di venire a mancare e di lasciarlo cadere. I due non avevano altra scelta se non quella di sfidare la cascata di roccia.
Gentle si riavvicinò a Jude, sforzandosi di trovare un sistema per uscire vivi da lì; gli tornò in mente Chicka Jackeen che all'Annullamento, tenendo le mani alzate, schivava i detriti portati dall'uragano. Poteva fare anche lui così? Non concedendosi neanche il tempo di dubitarne, Gentle sollevò le mani sopra la testa come aveva visto fare al monaco, i palmi rivolti verso l'alto, e uscì dall'ombra. Uno sguardo al cielo gli confermò che il Cardine stava spogliandosi del suo involucro esterno, ed egli ebbe la piena consapevolezza della gravita del pericolo che stavano correndo. Sebbene ci fosse nell'aria una fitta coltre di polvere, riuscì a vedere il monolito che si liberava di enormi quantità di schegge, abbastanza grandi da poter ridurre entrambi in poltiglia. Ma le difese che Gentle aveva eretto sostennero l'attacco. Le lastre si frantumavano a meno di un metro sopra la sua testa, e i frammenti gli cadevano tutt'attorno come se lo sovrastasse una volta sospesa nell'aria. Avvertiva tuttavia l'urto come una serie di sollecitazioni che gli scuotevano i polsi, le braccia e le spalle; e si rese conto che non sarebbe riuscito a reggere ancora per molto. Jude aveva capito che c'era una logica in quell'apparente follia, e uscì dall'ombra per unirsi a lui sotto quello scudo impalpabile. Erano forse a dieci passi dalla porta, superata la quale sarebbero stati in salvo.
"Guidami," le disse Gentle, non volendo distogliere lo sguardo dalla pioggia di detriti nel timore di perdere la concentrazione e di non riuscire a portare avanti il suo incantesimo.
Jude mise il braccio intorno alla vita di Gentle e gli fece da guida, indicandogli dove mettere i piedi per trovare il terreno libero e avvertendolo quando sui suoi passi c'erano troppi detriti e poteva rischiare di inciamparvi. Fu una faccenda lunga e complicata. Le mani che Gentle teneva rivolte verso l'alto venivano fortemente sollecitate e si abbassavano pian piano, finché arrivarono ad appena qualche centimetro dalla sua testa; i due riuscirono però a raggiungere la porta e l'attraversarono insieme, mentre dal Cardine e dalla sua prigione pioveva una grandine di detriti talmente fitta da offuscare la vista.
Subito Jude si precipitò giù dalla scalinata oscura. I muri tremavano e si ricoprivano di sottili ragnatele di crepe man mano che la forza distruttrice avanzava; entrambi riuscirono comunque a superare indenni il corridoio e la seconda rampa di scale fino al piano sottostante. Gentle trasalì, vedendo e sentendo Concupiscentia che urlava nel corridoio come una scimmia terrorizzata, incapace di andare in cerca della sua padrona. Jude non aveva questo tipo di paure. Aveva già spalancato la porta e stava dirigendosi verso uno scivolo che portava in una stanza illuminata dalla luce della lampada, chiamando Quaisoir per scuoterla dal suo torpore. Gentle la seguì ma rallentò il passo udendo la cacofonia che accolse il suo ingresso: folli sussurri che si mescolavano al frastuono proveniente da sopra. Quando raggiunse la stanza, trovò Jude che aveva già rimesso in piedi sua sorella. C'erano delle grosse fenditure nel soffitto e una pioggerella costante di polvere, ma Quaisoir sembrava incurante del rischio che correva.
"Ti avevo detto che saresti tornata," disse. "Non è vero? Non avevo forse detto che saresti tornata? Vuoi baciarmi? Baciami, sorella, per favore."
"Che cosa diavolo dice?" chiese Gentle.
Al suono della sua voce la donna lanciò un grido. Con uno strattone si liberò del braccio di Jude. "Che cos'hai fatto?" urlò. "Perché l'hai portato qui?"
"È venuto per aiutarci," rispose Jude.
Quaisoir sputò in direzione di Gentle. "Lasciami sola!" gridò. "Non ti basta quello che hai fatto? Adesso vuoi anche portarmi via mia sorella! Sei un bastardo! Non te lo permetterò! Moriremo prima che tu riesca a toccarla!" Allungò la mano verso Jude, singhiozzando in un attacco di panico. "Sorella! Sorella!"
"Non aver paura," le disse Jude. "È un amico." Guardò Gentle. "Rassicurala," lo pregò. "Dille chi sei, così che possiamo uscire da qui."
"Temo che lo sappia già," replicò Gentle.
Jude stava per chiedergli cosa intendesse dire, quando il panico di Quaisoir esplose nuovamente.
"Sartori!" gridò, e quell'accusa echeggiò per tutta la stanza. "È lui Sartori, sorella! Sartori!"
Gentle alzò le mani come in segno di resa, mentre si allontanava dalla donna. "Non ho intenzione di toccarti," disse. "Diglielo, Jude. Non voglio farle del male!"
Ma Quaisoir stava per avere un altro attacco. "Resta con me, sorella," disse, afferrando Jude. "Non può ucciderci entrambe!"
"Non puoi rimanere qui dentro," le disse Jude.
"Non ho intenzione di uscire!" replicò Quaisoir. "Ci sono i suoi soldati là fuori! Rosengarten! Ecco chi c'è! E i suoi aguzzini!"
"Saremo più al sicuro fuori che non qua dentro," insisté Jude, dando un'occhiata ai calcinacci che piovevano dal soffitto crepato. "Dobbiamo fare alla svelta!"
Ancora una volta Quaisoir rifiutò, alzando la mano per accarezzare con il palmo sudaticcio la guancia di Jude: carezze brevi, nervose.
"Resteremo qui insieme," disse. "Bocca contro bocca, mente contro mente."
"Non possiamo," le disse Jude, quanto più tranquillamente poté, considerate le circostanze. "Non voglio essere sepolta viva, e neanche tu lo vuoi."
"Se dobbiamo morire, moriremo," disse Quaisoir. "Non voglio che lui mi tocchi ancora, mi hai sentito?"
"Lo so. Ti capisco."
"Mai più! Mai più!"
"Non ti toccherà," disse Jude, posando la mano su quella di Quaisoir che stava ancora accarezzandole il viso. Intrecciò le dita con quelle di sua sorella e congiunsero le mani. "Se n'è andato," le disse. "Non si avvicinerà più a nessuna di noi due."
Gentle era infatti indietreggiato fino al corridoio ma, nonostante Jude gli facesse segno di andar via, si rifiutò di muovere un altro passo. Troppi legami erano stati infranti: non voleva rischiare di perdere di vista anche Jude.
"Sei sicura che se ne sia andato?"
"Ne sono sicura."
"Potrebbe aspettarci fuori."
"No, sorella. Temeva per la sua vita. E fuggito."
Udito ciò Quaisoir spalancò la bocca in un sorriso. "Aveva paura?" chiese.
"Era terrorizzato."
"Che ti avevo detto? Sono tutti uguali. Parlano da eroi, ma poi se la fanno sotto." Cominciò a ridere forte, reagendo con la stessa sconsideratezza che aveva mostrato prima, quando era Impaurita. "Torneremo nella mia camera da letto," disse quando l'attacco di riso le fu passato, "e dormiremo un po'."
"Tutto quello che vuoi," le disse Jude. "Ma facciamo in fretta."
Continuando a sogghignare, Quaisoir lasciò che Jude l'aiutasse ad alzarsi e la scortasse verso la porta. Avevano percorso forse metà della distanza che le separava dall'uscita, mentre Gentle si faceva da parte per farle passare, quando una delle fessure nel soffitto si aprì, lasciando cadere una pioggia di macerie provenienti dalla torre. Gentle vide Jude colpita e scaraventata a terra da un masso, poi la stanza si riempì di una polvere viscosa che, in un istante, ricoprì le gemelle. Usando come unico punto di riferimento la lampada, la cui fiamma in quella confusione era appena visibile, Gentle si addentrò nella polvere per andarla a soccorrere, mentre un tuono dall'alto preannunciava il crollo definitivo della torre. Non poteva più restare nascosto, né continuare a tacere. Se Gentle non fosse riuscito a trovarla entro pochi secondi, sarebbero stati tutti sepolti. Cominciò allora a urlare il suo nome in quel fragore crescente, e sentendosi rispondere seguì la voce finché giunse nel punto in cui Jude giaceva semisepolta sotto un cumulo di calcinacci.
"C'è tempo," le disse Gentle cominciando a scavare per tirarla fuori. "C'è tempo. Possiamo farcela."
Quando Gentle le ebbe liberato le braccia, anche Judith poté aiutarlo a scavare più velocemente finché non emerse dai detriti mettendogli le braccia intorno al collo. Gentle cominciò a sua volta ad alzarsi per liberarla dagli ultimi calcinacci; così facendo scatenò però un fracasso più forte di tutti quelli che lo avevano preceduto. Non era il rumore causato dalla distruzione: era un grido di collera. Dalla coltre di polvere che ricopriva le loro teste apparve Quaisoir, che galleggiava sospesa a qualche centimetro dal soffitto spaccato. Jude aveva già assistito a quella trasformazione: la sorella gemella sostenuta da tentacoli di carne che le si dipartivano dalla schiena. Per Gentle quella era la prima volta. Restò a bocca aperta di fronte a quell'apparizione che lo distolse dal pensiero della fuga.
"È mia!" urlò Quaisoir, piombando su di loro con infallibile precisione: aveva allungato le braccia, pronta a torcere il collo al rapitore.
Ma Jude fu più rapida. Si piazzò davanti a Gentle, chiamando Quaisoir per nome. La donna, che stava per avventarsi, esitò, allontanando le mani avide dal viso che Jude aveva rivolto verso l'alto.
"Io non ti appartengo!" urlò Jude, rispondendo a Quaisoir. "Non appartengo a nessuno! Mi senti?"
Quaisoir gettò indietro la testa e, in risposta, emise un urlo di rabbia. Fu la sua rovina. Il soffitto tremò e, forse proprio per il grido di Quaisoir, non resse più e crollò sotto il peso delle macerie che erano andate via via ammucchiandosi al piano di sopra. Jude pensò che Quaisoir potesse farcela a sfuggire. Quando aveva voluto, a Pale Hill, l'aveva vista muoversi come un lampo. Ma quella volontà era adesso svanita. Esponendosi a quella pioggia micidiale, lasciò che i detriti le crollassero addosso, invitandoli quasi con il suo urlo ininterrotto che mai si trasformò in paura o supplica, ma rimase invece un selvaggio grido di collera; poi le rocce si sgretolarono e la seppellirono. Non fu una cosa rapida. Quaisoir ancora invocava la distruzione quando Gentle prese la mano di Jude e la trascinò via di lì. Non riusciva più a orientarsi in quel caos, e se non fosse stato per Concupiscentia che urlava nel corridoio non sarebbero mai arrivati alla porta.
Come Dio volle ce la fecero, anche se con metà dei sensi atrofizzati per via della polvere. A quel punto l'urlo di morte di Quaisoir era cessato, ma il fragore che si erano lasciati alle spalle persisteva più forte che mai e li spingeva lontano dalla porta man mano che il cancro rovinoso si espandeva penetrando dal soffitto del corridoio. Riuscirono comunque a passare. Concupiscentia interruppe il suo lamento funebre non appena ebbe saputo che la sua padrona era morta e, con loro sorpresa, fuggì alla ricerca di un santuario dove poter elevare le sue lamentazioni.
Jude e Gentle corsero fino a quando non furono lontani da ogni pietra, tetto, arco o volta che potesse crollar loro addosso, e alla fine si ritrovarono in un cortile pieno di api intente a banchettare sui cespugli che avevano scelto di fiorire proprio quel giorno. Solo allora si abbracciarono di nuovo, e piansero ognuno sui propri dolori e sulle proprie fortune, mentre la terra sotto di loro tremava, scossa dal frastuono di quella distruzione cui erano riusciti a sfuggire.
III
La terra non smise di tremare fin quando non furono fuori dalle mura del palazzo, tra le rovine di Yzordderrex. Jude suggerì di ritornare velocemente verso la casa di Peccable dove, come spiegò a Gentle, c'era un passaggio sicuro che portava dal Dominio in cui si trovavano al Quinto. Gentle non si oppose a quell'idea. Sebbene non avesse ancora esplorato tutti i posti in cui poteva nascondersi Sartori (e d'altra parte come avrebbe potuto, considerata la vastità del palazzo?) era stremato, privo di idee e di volontà. Se la sua copia restava lì a Yzordderrex, non sarebbe stato una grossa minaccia per lui. Era il Quinto Dominio che aveva bisogno di essere difeso da lui, quello stesso Dominio che aveva dimenticato la magia e poteva facilmente essere attaccato da Sartori.
Nonostante le strade di molti Kesparate somigliassero a valli insanguinate tra montagne di macerie, Jude trovò punti di riferimento sufficienti per riuscire a tornare alla casa di Peccable. Ovviamente non potevano essere certi che fosse ancora in piedi dopo un giorno e una notte di cataclisma, ma a costo di dover scavare per trovare quella stanza sotterranea, l'avrebbero raggiunta.
Percorsero in silenzio i primi chilometri del loro itinerario, poi però ripresero a parlare iniziando, com'era inevitabile, da una spiegazione di Gentle che chiari a Jude perché Quaisoir, nell'udire la sua voce, l'avesse scambiato per l'Autarca. Gentle tenne subito a precisare che lo scopo di quella confessione non era quello di scusarsi o giustificarsi. Andava presa per quello che era: una sorta di fiaba macabra. Poi cominciò. Ma il racconto, nonostante fosse perfettamente chiaro, conteneva una significativa inesattezza. Nel descrivere il suo incontro con l'Autarca, Gentle fece nascere nella mente di Jude l'immagine di un uomo che gli somigliava solo vagamente, un uomo sommerso dal male al punto che la sua carne era stata corrotta dai suoi stessi crimini. Jude non fece domande mentre Gentle glielo descriveva. Si raffigurò un individuo la cui disumana crudeltà traspariva da tutti i pori, un mostro la cui sola presenza faceva venire la nausea.
Quando Gentle ebbe raccontato la storia del suo doppio, Jude cominciò ad aggiungere dettagli suoi. Alcuni venivano dai sogni che aveva fatto, altri da accenni di Quaisoir, altri ancora da Oscar Godolphin. L'ingresso di quest'ultimo personaggio nel racconto innescò una nuova serie di rivelazioni. Jude raccontò a Gentle la sua storia d'amore con Oscar, che a sua volta la portò a parlare di Dowd, vivo e morto, e poi di Clara Leash e della Tabula Rasa.
"Ti renderanno la vita molto difficile quando tornerai a Londra," gli disse Judith, dopo avergli riferito quel poco che sapeva delle epurazioni intraprese in base agli editti di Roxborough. "Quando avranno scoperto chi sei, non si faranno nessuno scrupolo e ti uccideranno."
"Che ci provino pure," esclamò Gentle, sicuro di sé. "Qualunque cosa vogliano farmi, sono pronto. Ho un compito da portare a termine e non saranno certo loro a fermarmi."
"Da dove inizierai?"
"Da Clerkenwell. Avevo una casa a Gamut Street. Pie dice che c'è ancora. La mia vita è là, pronta per essere ricordata. Abbiamo entrambi bisogno di riportare in vita il passato, Jude."
"E io, da dove lo prendo il mio?" si chiese ad alta voce Jude.
"Da me e da Godolphin."
"Grazie per l'offerta, ma vorrei una fonte più obiettiva. Ho perso Clara e ora Quaisoir. Dovrò cominciare a cercare qualcun altro." Méntre parlava pensò a Celestine, distesa al buio sotto la Torre della Tabula Rasa.
"Hai in mente qualcuno?" le chiese Gentle.
"Forse," disse lei, riluttante come sempre a rivelare quel segreto.
Gentle capì che Jude stava cercando un modo per evitare di rispondere. "Avrò bisogno di aiuto, Jude," le disse allora. "Spero che in nome di quello che c'è stato in passato tra di noi, nel bene e nel male, riusciremo a collaborare, così da trarne beneficio entrambi." Era una dichiarazione distensiva, ma non per quello Judith era più disposta ad aprirgli il cuore. Disse semplicemente: "Speriamo," e così concluse.
Gentle non forzò l'argomento, ma spostò la conversazione su argomenti meno impegnativi. "Che sogno avevi fatto?" le chiese. Per un momento Jude sembrò confusa. "Mi hai detto di avermi sognato, ricordi?"
"Oh, sì," rispose lei. "Niente d'importante, in realtà. È storia vecchia."
La casa di Peccable era ancora intatta quando la raggiunsero, anche se molte altre in quella stessa strada erano ridotte a un cumulo di macerie annerite dalle granate o dagli incendi dolosi. La porta era aperta e l'interno era stato completamente saccheggiato: perfino i tulipani e il vaso sul tavolo della sala da pranzo erano stati rubati. Non c'era comunque alcun segno che facesse pensare a spargimenti di sangue, a parte le macchie ormai incrostate che Dowd aveva lasciato quando era stato lì la prima volta. Jude ritenne quindi che Hoi Polloi e suo padre fossero riusciti a fuggire illesi. La frenesia del saccheggio che aveva distrutto tutto là fuori non si era comunque estesa alla stanza sotterranea. Lì dentro, anche se le icone, i talismani e gli idoli erano stati portati via dalle mensole, la spoliazione era stata molto più pacata e sistematica. Non era rimasto un solo rosario, ma nulla lasciava pensare che i ladri potessero aver infranto qualche incantesimo. L'unica reliquia della collezione che non fosse stata rubata era sul pavimento: il cerchio di pietre simile a quello del Rifugio.
"Noi siamo entrati da qui," disse Jude.
Gentle fissò il disegno sul pavimento.
"Che cos'è?" chiese. "Cosa significa?"
"Non lo so. Che importa saperlo? Se può ricondurci al Quinto Dominio..."
"A partire da questo momento dobbiamo stare attenti," precisò Gentle. "È tutto collegato. Fa tutto parte di un unico sistema. Finché non saremo riusciti a capire fino in fondo qual è la nostra parte, saremo vulnerabili."
Un unico sistema. Jude aveva riflettuto su quella possibilità quand'era nella stanza sotto la Torre: l'Imagica come uno schema unico, infinitamente elaborato, sottoposto a continua trasformazione. Ma, così come c'erano stati momenti per meditare, c'erano anche quelli per agire, e ora Jude non riusciva a pazientare di fronte alle esitazioni di Gentle.
"Se conosci un altro modo per uscire da qui," disse, "faremo come dici tu. Ma questo è il solo sistema che conosco io. Godolphin ha fatto così per anni e non gli è mai successo niente, finché non è intervenuto Dowd."
Gentle si era accovacciato e stava sfiorando con le dita le pietre che formavano il mosaico. "I cerchi sono così potenti..." disse.
"Faremo come dico io o no?"
Scrollando le spalle Gentle capitolò: "Non conosco un sistema migliore." E tuttavia esitava. "Dobbiamo solo andare dentro?"
"Non dobbiamo fare nient'altro."
Gentle si alzò. Jude gli appoggiò la mano sulla spalla e lui gliela strinse.
"Dobbiamo tenerci stretti," disse lei. "Ho dato solo un'occhiata all'In Ovo, ma non vorrei perdermi lì dentro."
"Non ci perderemo," disse Gentle, ed entrò nel cerchio.
Jude gli si ritrovò accanto in un batter d'occhio e l'Espresso partì a tutto vapore. Le solide pareti del sotterraneo e gli scaffali vuoti cominciarono a offuscarsi. Le forme dei loro corpi in fase di traslazione presero ad agitarsi.
La sensazione del passaggio risvegliò in Gentle il ricordo del viaggio di andata, quando Pie'oh'pah gli era stato accanto proprio come Jude adesso. Fu per lui come una pugnalata ripensare a quella perdita inconsolabile. Quanta gente aveva incontrato in quei Domini che non aveva più rivisto? Qualcuno, come Efreet Splendid e sua madre, o Nikaetomaas, o Huzzah, perché erano morti. Altri, come Athanasius, perché i crimini commessi da Sartori venivano ora attribuiti a lui e, per quanto bene potesse sperare di fare in futuro, niente sarebbe mai bastato a cancellare il ricordo di tante nefandezze. Il dolore che provava per quelle perdite era naturalmente meno forte di quello che aveva patito nell'Annullamento, ma prima non aveva osato rivangarlo per paura di non riuscire più a far niente. Ora però gli tornò in mente, e le lacrime cominciarono a scorrergli sul viso offuscando l'ultima immagine della cantina di Peccable mentre il mosaico portava via i viaggiatori.
Paradossalmente, la disperazione non sarebbe stata così forte se fosse stato solo. Ma, come amava ripetere Pie, in ogni dramma c'era posto per tre attori soltanto, e la donna che veniva trascinata in quel vortice insieme a lui e di cui intravedeva tra le lacrime il glifo luminoso, gli avrebbe d'ora in poi ricordato che era partito da Yzordderrex lasciandosi alle spalle uno di quei tre attori.
43
I
Centocinquantasette giorni dopo essere partito per il viaggio attraverso i Domini Riconciliati, Gentle rimise piede sul suolo d'Inghilterra. Sebbene non si fosse ancora alla metà di giugno, la primavera quell'anno era arrivata con qualche anticipo, sicché l'estate, che sarebbe dovuta iniziare di lì a poco, era già al suo culmine. I fiori erano già appassiti e carichi di semi con un mese d'anticipo; gli uccelli e gli insetti abbondavano. Le aurore estive non venivano salutate da semplici ritornelli ma da vere e proprie corali che cantavano a voci spiegate; verso mezzogiorno, i cieli da una costa all'altra venivano oscurati da milioni di creature affamate le cui evoluzioni aeree rallentavano durante il pomeriggio finché, al tramonto, il frastuono si trasformava in una musica (erano i sazi e i sopravvissuti che recitavano le preghiere di ringraziamento per la giornata) così dolce da cullare anche i più frenetici in un sonno ristoratore. In effetti, se si poteva davvero programmare e attuare una Riconciliazione in quel breve periodo che precedeva l'inizio astronomico dell'estate, allora tutta l'Imagica avrebbe salutato festosamente un paese in pieno rigoglio: un'Inghilterra di raccolti copiosi, distribuiti sotto un cielo melodioso.
Gentle lasciò il Rifugio per avvicinarsi al margine del boschetto. Il parco gli era familiare, anche se gli alberi alti e snelli erano adesso una vera e propria giungla e i praticelli in stile tipicamente inglese erano diventati delle savane.
"Questo è il posto di Joshua, vero?" chiese a Jude. "In che direzione si trova la casa?" Judith indicò il luogo oltre la distesa di erba gialla. Il tetto era appena visibile sopra l'intrico di fronde e di farfalle.
"La prima volta che ti ho visto è stato proprio in quella casa," le disse. "Joshua ti ha chiesto di scendere... ti chiamava con un nomignolo che a te non piaceva affatto. Fior di pesca, giusto? O qualcosa del genere. Non appena ti misi gli occhi addosso..."
"Non ero io," disse Judith interrompendo quella fantasia romantica, "Era Quaisoir."
"Chiunque fosse allora, sei tu adesso."
"Ne dubito. È stato tanto tempo fa, Gentle. La casa è in rovina ed è rimasto solo un Godolphin. La storia non si ripeterà. Non voglio. Non voglio essere l'oggetto di nessuno."
Gentle sentì in quelle parole un avvertimento che era anche una formale dichiarazione di intenti.
"Qualsiasi cosa io abbia fatto, che ha causato a te o a qualcun altro del male... voglio rimediare," affermò Gentle. "Che l'abbia fatto perché ero innamorato o perché ero un Maestro e pensavo per questo di essere al di sopra della morale comune... sono qui per rimediare al male che ho fatto. Io voglio la Riconciliazione, Judith. Tra noi. Tra i Domini. Tra i vivi e i morti, se posso ottenerla."
"Questa sì che si chiama ambizione."
"Io la vedo così: mi è stata concessa una seconda opportunità. La maggior parte della gente non l'ottiene."
Questa sincerità assoluta addolcì Judith. "Vuoi tornare alla casa in memoria dei tempi passati?" gli chiese.
"No, se non lo vuoi anche tu."
"No, grazie. Ho già avuto la mia parte di déjà-vu quando ho convinto Charlie a portarmi qui." Gentle le aveva naturalmente già raccontato del suo incontro con Estabrook nelle tende dei Dearther e della morte di lui. Judith non ne era rimasta affatto scossa. "Sai, era un vecchio stronzo," aveva osservato. "Dentro di me dovevo sapere che era un Godolphin, altrimenti non avrei mai potuto sopportare quei suoi giochetti scemi."
"Credo che alla fine fosse cambiato," disse Gentle. "Forse ti sarebbe piaciuto un po' di più."
"Anche tu sei cambiato," replicò Jude, mentre si incamminavano verso il cancello. "La gente ti farà un sacco di domande, Gentle. Come per esempio: dove sei stato e che cosa hai fatto."
"Perché mai dovrebbero venire a sapere che sono tornato?" domandò Gentle. "Per nessuno di loro non sono mai stato così importante, eccetto che per Taylor, ma lui se n'è andato."
"E per Clem."
"Forse."
"Dipende da te," disse Judith. "Ma quando si hanno così tanti nemici, forse può far comodo anche avere qualche amico accanto."
"Preferirei essere invisibile," rispose Gentle. "In questo modo nessuno mi vedrebbe, nemici o amici."
Nel tempo in cui il muro di cinta cominciò a intravedersi, il cielo mutò con rapidità sorprendente. Le poche nuvole vaporose, che fino a pochi minuti prima venivano sospinte con leggerezza nel blu, si erano riunite in un banco minaccioso che dapprima lasciò cadere una pioggerellina fine e dopo un minuto un vero e proprio diluvio. Un acquazzone che aveva comunque i suoi vantaggi, poiché lavava dai vestiti dei due compagni, dai loro capelli e dalla loro pelle ogni traccia della polvere di Yzordderrex. Quando Gentle e Jude superarono l'intrico di alberi e i convolvoli attorno al cancello e s'incamminarono faticosamente lungo la strada ricoperta di fango che portava al villaggio per cercare rifugio nell'ufficio postale, potevano passare tranquillamente per due turisti (uno dei quali con una bizzarra preferenza per i vestiti trasandati) che si fossero allontanati un po' troppo dagli itinerari consigliati e ora avessero bisogno di qualcuno che indicasse loro la strada per tornare a casa.
II
Sebbene nessuno dei due avesse in tasca del denaro, Jude riuscì comunque a convincere uno dei due ragazzi dell'ufficio postale a dar loro un passaggio fino a Londra, promettendogli una buona mancia una volta giunti a destinazione. Durante il viaggio il temporale si fece più violento, ma Gentle abbassò il vetro del finestrino posteriore e fissò il panorama inglese che gli sfilava davanti agli occhi e che non ammirava da sei mesi, felice che la pioggia lo bagnasse di nuovo. Judith, invece, dovette sopportare il monologo del loro autista. Quest'ultimo aveva il palato malformato e ciò rendeva praticamente incomprensibile una parola su tre, anche se, comunque, il succo del suo discorso era chiaro. Secondo l'uomo, la gente del popolo che viveva in campagna e quindi sapeva predire piogge e siccità meglio di qualsiasi meteorologo fanfarone, era del parere che il paese avrebbe avuto un'estate disastrosa.
"Ci cuoceremo oppure annegheremo," disse, profetizzando mesi di monsoni e ondate di caldo.
Judith non era nuova a discorsi del genere; il tempo è da sempre un'ossessione inglése. Ma, ora che tornava dalle rovine di Yzordderrex, dall'occhio ardente della Cometa e dall'aria intrisa dell'odore di morte, quel discorso disinvoltamente apocalittico del giovane la irritò notevolmente. Era come se quel tipo sperasse che un qualche cataclisma sconvolgesse il suo piccolo mondo, senza comprenderne a fondo le conseguenze.
Quando il ragazzotto si stufò di parlare di disastri, cominciò a chiedere a Judith e al suo amico da dove venivano e dove fossero diretti quando il temporale li aveva colti di sorpresa. Jude non vedeva motivo per non dirgli che erano stati alla Proprietà e infatti glielo disse. Quella risposta le fece ottenere ciò che in tre quarti d'ora di ostentata indifferenza non era riuscita a ottenere: il silenzio. Il ragazzo la guardò impaurito attraverso lo specchietto e poi accese la radio, provando, se non altro, che l'ombra della famiglia Godolphin poteva zittire anche un profeta di sventure. Viaggiarono fino alla periferia di Londra senza più parlare. Il giovane interrompeva il silenzio solo quando aveva bisogno di chiedere indicazioni sulla direzione.
"Vuoi che ci fermiamo allo studio?" domandò Judith a Gentle.
Gentle ci mise un po' prima di rispondere, ma poi disse di sì, che voleva andare proprio là. Jude fornì all'autista le istruzioni necessarie e poi riportò lo sguardo su Gentle, che stava ancora guardando fuori dal finestrino aperto mentre la pioggia gli rigava la fronte e le guance. Un lievissimo sorriso gli increspava gli angoli della bocca. Guardandolo così, mentre lui non se ne accorgeva, Judith quasi si pentì di aver rifiutato le sue avance alla Proprietà. Quello era il viso che le era apparso mentre dormiva nel letto di Quaisoir; l'amante dei suoi sogni le cui carezze, soltanto immaginate, l'avevano fatta gridare così forte che sua sorella l'aveva sentita a due camere di distanza. Sicuramente non avrebbero più potuto essere gli amanti che si erano fatti la corte in quella grande casa due secoli prima, ma la loro storia comune li aveva segnati in un modo che adesso era necessario scoprire, e forse, quando fossero riusciti a dare una risposta alle loro domande, avrebbero potuto trovare un modo per realizzare le cose che lei aveva sognato nel letto di Quaisoir.
Il temporale li aveva preceduti in città, aveva rilasciato il suo torrente di pioggia e si era spostato. Quando giunsero alla periferia di Londra, il cielo si era già rischiarato e prometteva una serata tiepida, se non luminosa. Il traffico era ancora intenso, e per coprire gli ultimi sei chilometri impiegarono lo stesso tempo che avevano impiegato per i precedenti sessanta. Quando giunsero allo studio di Gentle, il loro autista, abituato alle strade tranquille intorno alla Proprietà, aveva perso la pazienza e l'entusiasmo e aveva rotto più volte il silenzio per inveire contro il traffico e per avvisare i suoi passeggeri che aveva intenzione di richiedere un ingente compenso per tutta quella fatica.
Jude scese dalla macchina con Gentle e, sui gradini dello studio, gli chiese se avesse denaro sufficiente nello studio per pagarlo. Jude preferiva prendere un altro taxi da lì, pur di non dover sopportare ancora la compagnia di quel tipo. Gentle rispose che, ammesso che ci fosse del contante nello studio, sicuramente non sarebbe bastato.
"Sembra che sia destinata ad andare con lui, allora," disse Judith. "Non importa. Vuoi che salga su con te? Hai le chiavi?"
"Ci sarà qualcuno al piano di sotto," rispose Gentle. "Loro ne avranno sicuramente una copia."
"Bene, allora vado." Sembrava assurdo lasciarsi così dopo tutto quello che avevano passato insieme. "Ti telefonerò dopo che ci saremo riposati."
"Probabilmente avranno tagliato i fili del telefono."
"Allora chiamami tu da una cabina, va bene? Non sarò da Oscar, sarò a casa."
La conversazione sarebbe terminata così, se non fosse stato per la risposta di Gentle. "Non stargli alla larga per causa mia," disse.
"Che cosa vuoi dire con questo?"
"Solo che tu puoi avere le tue storie..." disse Gentle.
"Perché? Tu hai le tue?"
"Non esattamente."
"Che cosa allora?"
"Voglio dire, non proprio delle storie." Scosse il capo. "Non importa. Ne parleremo in un altro momento."
"No," disse Judith, afferrandolo per un braccio mentre lui cercava di allontanarsi. "Ne parliamo adesso."
Gentle sospirò stancamente. "Davvero, non importa," disse.
"Se non importa, allora dimmelo."
Gentle esitò per un paio di secondi. Poi disse: "Mi sono sposato."
"Davvero?" replicò Jude con finta indifferenza. "E chi è la fortunata? Non la bambina di cui mi parlavi?"
"Huzzah? Mio Dio, no." Gentle fece una piccola pausa, aggrottando le sopracciglia.
"Continua," disse Jude. "Sputa il rospo."
"Ho sposato Pie'oh'pah."
Il primo impulso di Judith fu di ridere, ma prima di farlo notò la serietà sul viso di Gentle e le risa cedettero il passo al disgusto. Non era uno scherzo. Lui aveva sposato l'assassino, quella cosa senza sesso che mutava a seconda dei desideri dell'amante di turno. Ma perché era rimasta così sbigottita? Quando Oscar le aveva descritto la specie, lei stessa non aveva forse osservato che rispecchiava esattamente l'idea che del paradiso aveva Gentle?
"Questo sì che è un segreto," commentò.
"Te l'avrei detto prima o poi," replicò Gentle.
Judith si lasciò andare a una risata, leggera quanto amara. "Laggiù mi hai fatto quasi credere che ci fosse qualcosa tra di noi."
"Perché in effetti c'era," rispose Gentle. "Perché ci sarà sempre."
"Perché te ne dovrebbe importare, adesso?"
"Ho bisogno di aggrapparmi a ciò che sono stato. A ciò che ho sognato."
"E che cosa hai sognato?"
"Che noi tre..." Si fermò e sospirò. Poi continuò: "... che noi tre avremmo trovato un modo per stare insieme." Non la stava guardando, ma fissava il terreno che li divideva, dove avrebbe voluto che si trovasse il suo amato mystif. "Anche il mystif avrebbe imparato ad amarti..." aggiunse.
"Non voglio nemmeno ascoltarti," ribatté Judith in tono secco.
"Si sarebbe trasformato in qualsiasi cosa tu avessi voluto. Qualsiasi."
"Basta," gli ordinò. "Smettila."
Gentle alzò le spalle. "Va bene," disse. "Pie è morto. E le nostre strade si dividono qui. Era solo uno stupido sogno, Pensavo volessi conoscerlo, ecco tutto."
"Io non voglio nulla da te," replicò freddamente Judith, "Puoi tenerti le tue follie d'ora in poi."
Da un po' gli aveva lasciato il braccio, e Gentle salì gli scalini. Ma non voleva andarsene. Rimase lì a guardarla, osservandola di traverso come un ubriaco che cerchi di legare un pensiero a quello successivo. Fu lei ad allontanarsi scuotendo il capo, voltandogli le spalle e attraversando il marciapiede fangoso per risalire in macchina. Salì, sbatté la portiera, disse all'autista di partire e l'auto rientrò nel traffico.
Immobile sugli scalini, Gentle fissò a lungo l'angolo dove la macchina aveva svoltato come se stesse aspettando di trovare delle parole di rappacificazione per richiamare Judith a sé. Ma non gli venne nulla. Sebbene fosse tornato a casa come Riconciliatore, sapeva di aver aperto una ferita inguaribile, almeno finché non avesse dormito e recuperato le proprie facoltà.
III
Tre quarti d'ora dopo aver lasciato Gentle sulla soglia di casa, Judith spalancava le finestre per far entrare il sole e l'aria fresca del pomeriggio. Aveva fatto il viaggio dallo studio a casa sua senza quasi accorgersene, tanto era rimasta stupita dalla rivelazione di Gentle. Sposato! Il pensiero era assurdo, a parte il fatto che non lo trovava neanche divertente. Sebbene ormai fossero passate molte settimane dall'ultima volta che era stata in quell'appartamento (nel frattempo le erano morte tutte le piante, eccetto quelle più forti, e inoltre si era dimenticata come funzionavano la macchina per il caffè e le chiusure delle finestre), si sentiva comunque a casa sua e dopo aver bevuto un paio di tazze di caffè, essersi fatta la doccia e avere indossato vestiti puliti, il Dominio dal quale era tornata poche ore prima cominciò lentamente a cadere nell'oblio. Circondata da tante cose e odori familiari, le stranezze di Yzordderrex non apparivano più come la forza di quel luogo, ma come la sua debolezza.
Senza essere richiesta, la sua mente aveva tracciato una linea di demarcazione tra il luogo in cui era stata e quello in cui si trovava ora, una linea netta come quella che separa il sogno dalla realtà. Non c'era da meravigliarsi, pensò, che Oscar avesse trasformato in rito l'uso di ritirarsi nella sua stanza per contemplare i suoi tesori. Era un modo per attaccarsi a una percezione costantemente assediata dalla banalità.
Con la sferzata che le diede il caffè, la stanchezza del lungo viaggio di ritorno svanì, sicché decise di trascorrere la serata andando a fare visita a Oscar. Lo aveva già chiamato diverse volte da quando era tornata, ma sapeva che il fatto di non avere ricevuto risposta non significava che Oscar non ci fosse o si volesse negare. Raramente Oscar alzava la cornetta quando era in casa (era un compito che spettava a Dowd) e spesso le aveva dichiarato quanto odiasse quell'apparecchio. In paradiso, aveva detto una volta, i comuni beati usavano i telegrammi e i Santi si avvalevano di colombe parlanti; i telefoni erano un'invenzione terrestre. Judith lasciò il proprio appartamento intorno alle sette, chiamò un taxi e si fece portare a Regent's Park Road. Trovò la casa sbarrata, nemmeno una finestra socchiusa: in una serata mite come quella significava che non c'era nessuno in casa. Per scrupolo, Jude fece il giro della casa e, dal retro, tentò di sbirciare dentro. Vedendola, i tre pappagalli che Oscar teneva nella stanza al pianterreno si alzarono dai loro trespoli, allarmati. E non si calmarono, ma continuarono a gridare in preda al panico quando Jude si portò una mano sulla fronte per vedere se le loro ciotole erano piene di semi e di acqua. Sebbene i trespoli su cui posavano fossero troppo lontani dalla finestra, la loro agitazione bastò a farle temere il peggio. Cominciò a sospettare che Oscar non lisciasse quelle piume da molto tempo. Ma dove poteva essere? Che fosse rimasto alla Proprietà e giacesse morto tra l'erba alta? Se così era, sarebbe stata una follia tornare là a cercarlo, dato che nel giro di un'ora sarebbe calata la notte. Inoltre, ripensando all'ultima volta che si erano visti, era quasi sicura di averlo visto rialzarsi, appoggiandosi alla porta. Era robusto, nonostante i suoi eccessi. Non poteva credere che fosse morto. Forse si stava nascondendo; stava alla larga dalla Tabula Rasa. Con quel pensiero in mente, Jude tornò sui propri passi verso la porta principale e gli scrisse un biglietto anonimo dicendogli che era viva e stava bene, e lo fece scivolare dentro la cassetta della posta. Oscar avrebbe capito subito chi era il mittente. Chi altri avrebbe potuto scrivergli che l'Espresso l'aveva riportata a casa sana e salva?
Erano passate da poco le dieci e mezzo quando Jude, che si stava preparando per andare a dormire, udì qualcuno che la chiamava dalla strada. Andò sul balcone, si sporse e vide Clem urlare con quanto fiato aveva in gola. Erano trascorsi molti mesi dall'ultima volta che si erano parlati, e il piacere di rivederlo fu offuscato da un senso di colpa nei suoi confronti per non essersi fatta più sentire. Ma dal sollievo che espresse quando la vide e dal calore del suo abbraccio, Judith capì che Clem non era venuto in cerca di frasi di scusa. Doveva comunicarle qualcosa di straordinario, le disse, ma prima di farlo (l'avvisò che forse lo avrebbe creduto matto) aveva bisogno di bere qualcosa di forte. Poteva versargli un goccio di brandy? Sicuro, disse Judith, e lo fece. Clem svuotò il bicchiere d'un fiato poi disse: "Dov'è Gentle?"
La domanda e il tono inquisitorio in cui le veniva posta la presero un po' alla sprovvista e Judith cercò di tergiversare. Gentle voleva rimanere invisibile e per quanto fosse furiosa nei suoi confronti, si sentiva in obbligo di rispettare quel suo desiderio. Ma Clem non aveva alcuna intenzione di mollare.
"È stato via, non è vero? Klein mi ha detto che ha cercato di rintracciarlo, ma devono avergli tagliato il telefono. Gli ha anche scritto una lettera, ma non ha mai ricevuto risposta..."
"Sì," disse Judith. "Credo sia stato via."
"Ma è anche tornato da poco."
"Davvero?" rispose lei, perplessa. "Forse ne sai più tu di me."
"Non io," rispose Clem versandosi un altro brandy. "Taylor."
"Taylor? Cosa stai dicendo?"
Clem ingollò il liquore. "Adesso dirai che sono pazzo, ma ti prego di ascoltarmi."
"Ti sto ascoltando."
"Non sono mai stato un sentimentale e così anche dopo averlo perduto non sono mai rimasto a casa a leggere le sue lettere d'amore e ad ascoltare le canzoni che ballavamo insieme. Però ho lasciato la camera così come lui l'aveva lasciata. Non riuscivo a trovare la forza di guardare di nuovo fra i suoi vestiti o di toccare il suo letto. Ho continuato a rimandare quel momento, e più lo rimandavo più mi sembrava una cosa impossibile a farsi. Poi, stasera, sono rientrato a casa poco dopo le otto e ho sentito qualcuno che parlava." Ogni parte del corpo di Clem, a eccezione delle labbra, era immobile, paralizzata dal ricordo. "Prima ho pensato d'avere lasciato la radio accesa, ma poi no, no, mi sono reso conto che la voce veniva dal piano di sopra, dalla sua camera. Era lui, Judy, che parlava tranquillo come se niente fosse e mi chiamava. Mi sono preso uno spavento tale che sono stato sul punto di darmela a gambe. Stupido, vero? Io che continuavo a pregare ogni giorno per avere un segno che era nelle buone mani di Dio, non appena l'ho ricevuto, quel segno, me la sono quasi fatta addosso. Ti dico, sono rimasto circa mezz'ora sulle scale, sperando che smettesse di chiamarmi. E ogni tanto, infatti, si fermava e in quel momento io mi convincevo quasi d'essermi immaginato tutto. Ma poi ricominciava. Ah, niente di melodrammatico! Cercava solo di persuadermi a non avere paura, a salire e andare a salutarlo. Poi, alla fine, ho fatto quello che mi chiedeva."
Gli occhi gli si riempirono di lacrime, ma non c'era dolore nella sua voce. "Gli era sempre piaciuta quella stanza al tramonto. È completamente illuminata dal sole. Proprio come lo era stasera: piena di sole, E lui era lì, nella luce. Io non lo potevo vedere ma sapevo che era vicino a me perché me lo ha detto. Mi ha detto che mi trovava bene. Poi ha aggiunto: 'È un gran giorno, oggi, Clem, Gentle è tornato e ha trovato le risposte.'"
"Quali risposte?" chiese Judith.
"È proprio quello che gli ho chiesto anch'io. Gli faccio: quali risposte, Tay? Ma sai come è fatto Tay quando è felice. Va in delirio, come un bambino." Clem parlava sorridendo, il suo sguardo sembrava perso nella contemplazione di giorni più belli. "Era così felice che Gentle fosse tornato che non sono riuscito a fargli dire altro." Clem guardò Jude. "La luce se ne stava andando," continuò. "E ho pensato per un attimo che anche lui se ne volesse andare. Ha detto che è nostro dovere aiutare Gentle. Questo era il motivo per cui si faceva vedere in quello stato da me. Ha detto che non era facile. Ma che non lo era nemmeno fare l'angelo custode. E io gli ho detto: perché solo uno? Perché solo un angelo quando siamo in due? E lui mi ha risposto: perché noi siamo uno, Clem, tu e io. Lo siamo sempre stati e sempre lo saremo. Queste sono state le sue parole precise, te lo giuro. Poi se ne è andato. E sai che cosa ho continuato a pensare?"
"Che cosa?"
"Che avrei voluto non aver aspettato tanto sulle scale e sprecato tutto quel tempo che potevo passare con lui." Clem posò il bicchiere, tirò fuori dalla tasca il fazzoletto e si soffiò il naso. "Ecco, questo è tutto," disse.
"Non è poco," commentò Judith.
"So che cosa stai pensando," disse l'uomo con un lieve sorriso. "Stai pensando: povero Clem, non riesce ad affliggersi e allora gli vengono le allucinazioni."
"No," rispose Jude dolcemente. "Sto pensando invece: Gentle non si rende conto di quanto fortunato sia ad avere angeli come voi due."
"Non prendermi in giro."
"Non sto affatto prendendoti in giro," disse Judith. "Io credo a tutto ciò che mi hai raccontato."
"Davvero?"
"Sì."
Clem rise ancora: "Perché?"
"Perché Gentle è tornato a casa questa sera, Clem, e io ero l'unica a saperlo."
Clem se ne andò dieci minuti dopo, visibilmente contento di sapere che, anche se era pazzo, esisteva un'altra matta nella sua cerchia alla quale poteva rivolgersi quando voleva comunicare a qualcuno le sue follie. Judith gli aveva raccontato tutto quello che si era sentita in grado di dire sull'argomento, cioè molto poco, ma gli aveva promesso che avrebbe contattato Gentle per lui e gli avrebbe detto della visita di Taylor. La felicità di Clem non lo accecava al punto da non accorgersi della discrezione di Jude.
"Tu sai molto più di quanto non mi abbia raccontato, non è vero?" disse.
"Sì," ammise Judith. "Ma forse fra un po' di tempo potrò raccontarti di più."
"Gentle è in pericolo?" domandò Clem. "Puoi dirmi almeno questo?"
"Lo siamo tutti," rispose Judith. "Tu. Io. Gentle. Taylor."
"Taylor è morto," aggiunse Clem. "Lui è nella luce. Niente gli può nuocere."
"Spero che tu abbia ragione," disse Jude tristemente. "Ma, per favore Clem, se ti trova ancora.,."
"Lo farà."
"...quando lo farà, digli che nessuno è al sicuro. Il solo fatto che Gentle sia tornato nel... sia di nuovo a casa... non significa che i problemi siano finiti. Al contrario, siamo appena all'inizio."
"Tay dice che accadrà qualcosa di sublime. Così ha detto. Sublime."
"E forse sarà così. Ma ci sono forti probabilità che si sbagli. E se qualcosa va storto..."
Si interruppe, la mente le si riempì di ricordi dell'In Ovo e delle rovine di Yzordderrex.
"Va bene, quando te la senti, dimmelo," disse Clem. "Saremo sempre pronti ad ascoltarti. Tutti e due." Guardò l'orologio. "Dovrei essere già fuori di qui. Sono in ritardo."
"Una festa?"
"No, lavoro per un ospizio di senzatetto. Stiamo fuori la maggior parte delle notti per raccogliere i bambini dalla strada. La città ne è piena."
Judith lo accompagnò alla porta, ma prima di uscire Clem disse: "Ti ricordi la nostra festa pagana di Natale?"
Judith fece un largo sorriso. "Naturalmente. È stato un vero casino."
"Tay era ubriaco fradicio quando tutti se ne andarono. Sapeva che non avrebbe rivisto molti di loro. Poi, ovviamente, è stato male nel bel mezzo della notte, e allora siamo rimasti alzati a parlare di... oh non lo so, di tutto quello che ci veniva in mente. E mi raccontò di come avesse sempre amato Gentle. Di come Gentle rappresentasse ai suoi occhi l'uomo dei misteri. Lo aveva sognato, diceva, mentre parlava in lingue diverse."
"Lo ha detto anche a me," intervenne Jude.
"Poi, senza tristezza, mi disse che l'anno prossimo ci sarebbe stato un altro Natale e io sarei andato alla Messa di Mezzanotte come facevamo insieme una volta. Io gli dissi che come avevamo deciso non mi sembrava che avesse grande importanza. E sai cosa mi ha risposto? Che la luce è la luce, comunque la si chiami, e che era meglio pensare che arrivasse con una faccia conosciuta." Clem sorrise. "Allora pensai parlasse di Cristo. Ma ora... ora non ne sono più così sicuro."
Judith lo strinse forte a sé e premette le labbra sulle sue guance bagnate. Sebbene sospettasse che ci fosse qualcosa di vero in quelle parole, non se la sentiva ancora di accettarlo. Non finché sapeva che la stessa faccia che Tay aveva attribuito al sole che rinasceva apparteneva anche all'oscurità che li avrebbe potuti cancellare tutti.
44
I
Nonostante le lenzuola in cui era sprofondato la notte prima non fossero esattamente fresche e il cuscino fosse umido, Gentle non avrebbe potuto dormire più profondamente, nemmeno se fosse stata la Madre Terra stessa ad accoglierlo tra le sue braccia. Si svegliò quindici ore dopo: era una bella giornata di giugno e il sonno trascorso senza sogni aveva rinnovato le sue forze. In casa non c'era gas né elettricità o acqua calda; fu quindi costretto a farsi la doccia e a radersi con l'acqua fredda, il che fu un'esperienza per un verso tonificante, per l'altro sanguinosa. Dopodiché esaminò lo stato in cui era ridotto lo studio. Non era proprio come l'aveva lasciato. Evidentemente dovevano esservi entrati o una sua vecchia fidanzata o un ladro molto particolare e l'intruso aveva rubato vestiti e cianfrusaglie personali. D'altra parte era passato così tanto tempo dall'ultima volta che era stato lì che era difficile per Gentle ricordare con precisione ciò che mancava. Alcune lettere e cartoline che si trovavano sul camino; alcune fotografie (anche se non amava farsele fare, per delle ragioni che solo ora riusciva a comprendere del tutto); e qualche gioiello (una catena d'oro, due anelli, un crocifisso). Un furto che comunque non lo preoccupava. Non era mai stato un sentimentale, e tanto meno un feticista. Gli oggetti non erano che riviste illustrate, attraenti per un giorno e carta straccia il giorno dopo.
Altre tracce, ma più disgustose, della sua assenza erano in bagno, dove sugli indumenti lasciati ad asciugare prima di partire si era formata una patina verde, e nel frigorifero, i cui ripiani erano cosparsi di una sostanza che sembrava bava di zarzi e che puzzava di marcio. Comunque, per iniziare a pulire, Gentle aveva bisogno che gli attaccassero la corrente, e questo richiedeva un po' di diplomazia. In passato gli avevano staccato il gas, il telefono e l'elettricità quando, nei periodi di magra tra falsi e amanti varie, era rimasto a secco. Ma con la sua parlantina era sempre riuscito a convincerli a riattaccarglieli: quella era la cosa più importante cui pensare in quel momento.
Si vestì e scese dabbasso per presentarsi al cospetto della venerabile, seppur stravagante, signora Erskine, che occupava l'appartamento a pianterreno. Era stata lei a farlo entrare il giorno prima, facendogli presente, con il candore che le era proprio, che aveva l'aria di uno che avesse preso un sacco di botte. Gentle le aveva risposto che era proprio così che si sentiva. La signora Erskine non gli fece domande sul motivo della sua assenza, ma gli chiese se questa volta si sarebbe fermato un po'. Gentle le rispose che era quella la sua intenzione e la donna gli disse che ne era contenta, dato che in quelle giornate estive la gente diventava sempre pazza e talvolta, da quando il signor Erskine era morto, aveva avuto paura. Preparò il tè mentre lui usava il suo telefono nel tentativo di ottenere i vari riallacciamenti. La faccenda si rivelò piuttosto frustrante. La sua capacità di affascinare le donne con cui parlava, convincendole a fare ciò che chiedeva, era svanita. Anziché uno scambio di lusinghe, gli fu servito un piatto misto di autoritarismo e condiscendenza. Gli dissero che c'erano bollette che non aveva pagato e che i servizi non sarebbero stati ripristinati finché non avesse saldato il dovuto. Gentle mangiò un po' di pane tostato che la signora Erskine aveva preparato, bevve parecchie tazze di tè, poi scese nel seminterrato e lasciò un biglietto al portinaio, comunicandogli che era tornato e pregandolo di provvedere perché il suo studio fosse di nuovo provvisto di acqua calda.
Fatto ciò, Gentle risalì nello studio e sprangò la porta. Aveva deciso che una conversazione al giorno era più che sufficiente. Tirò le tende e accese due candele che affumicarono la stanza non appena i loro stoppini impolverati cominciarono a bruciare, ma la loro luce era più piacevole della luce solare. Così, a lume di candela, cominciò a rovistare nel cumulo di posta che si era ammonticchiata dietro la porta. Naturalmente c'erano conti da pagare a non finire e poi gli inevitabili volantini. Trovò pochissime lettere personali, due delle quali lo lasciarono perplesso. Erano entrambe di Vanessa, il cui consiglio di tagliarsi la gola gli era così spesso e con tanta angoscia tornato in mente quando all'Annullamento anche Athanasius l'aveva esortato a compiere un simile gesto. Ora la donna gli scriveva che sentiva la sua mancanza e che non passava giorno senza che pensasse a lui. La seconda lettera era persino più esplicita. Voleva che rientrasse nella sua vita. Se voleva divertirsi con altre donne, avrebbe imparato ad accettarlo. Avrebbe almeno cercato di mettersi in contatto con lei? La vita era troppo breve per abbandonarsi ai rancori, e questo valeva per entrambi.
Il suo appello in un certo senso lo rincuorò, e ancor più giovò al suo morale una lettera di Klein, scarabocchiata con l'inchiostro rosso su un foglio rosa. Il tono artificioso tipico di Klein saltava subito all'occhio leggendo la pagina:
Caro bastardo.
quale cuore stai infrangendo e dove? Schiere di donne abbandonate mi piangono tra le braccia, supplicandomi di perdonare le tue colpe e di invitarti a tornare in seno alla famiglia. Una di loro è la deliziosa Vanessa. Per amor di Dio, torna a casa e salvami, prima che io sia costretto a sedurla. Sai che io mi bagno solo per te.
E così Vanessa era andata da Klein: era davvero disperata! Infatti, sebbene avesse visto Chester solo una volta, almeno a quanto ricordava Gentle, aveva dichiarato subito di detestarlo. Gentle conservò tutte e tre le lettere, anche se non aveva alcuna intenzione di rispondere. C'era solo un incontro che desiderava con tutto il suo cuore, ed era quello con la casa di Clerkenwell. Tuttavia non poteva sopportare l'idea di doversi avventurare fuori mentre era ancora giorno. In strada c'erano troppa luce e troppa gente. Avrebbe aspettato finché non fosse scesa la notte: allora avrebbe potuto muoversi per la città come desiderava, senza essere visto. Diede fuoco alle altre lettere e rimase a guardarle mentre bruciavano. Poi tornò a letto e dormì per tutto il pomeriggio, preparandosi così ad affrontare ciò che lo aspettava quella notte.
II
Prima di alzare le tende attese che le stelle apparissero nel cielo di un blu malinconico. In strada l'atmosfera era tranquilla ma, non avendo i soldi per pagarsi un taxi, sapeva che avrebbe dovuto sopportare il contatto di molte persone prima di arrivare a Clerkenwell. La Edgware Road doveva essere piena di gente vista la bella serata, e anche la metropolitana sarebbe stata affollata. La sua unica speranza di raggiungere la meta senza essere notato era di vestirsi il più anonimamente possibile. Impiegò molto tempo per trovare, in quello che rimaneva del suo guardaroba, degli abiti che lo rendessero in qualche modo invisibile. Dopo essersi vestito andò a piedi fino a Marble Arch e là prese la metropolitana. C'erano solo cinque stazioni prima di Chancery Lane, e da lì sarebbe stato vicinissimo a Clerkenwell, ma dopo due fermate dovette scendere, ansante e madido di sudore come se soffrisse di claustrofobia. Imprecando rimase seduto nella stazione per mezz'ora a guardarsi passare davanti i treni senza riuscire a trovare il coraggio di salirei. Che ironia! Lui che un tempo aveva vagabondato tra le selve dell'Imagica, era adesso incapace di fare anche solo un paio di chilometri in metropolitana senza lasciarsi prendere dal panico. Aspettò che gli passasse il tremito e arrivasse un treno meno affollato. Poi salì e si sedette vicino alla porta, tenendosi la testa tra le mani fino a quando non ebbe raggiunto la sua destinazione.
Quando arrivò a Chancery Lane si era ormai fatto buio; Gentle rimase per parecchi minuti fermo a High Holborn, con la testa gettata all'indietro e lo sguardo perso nel cielo. Solo quando le gambe ebbero smesso di tremargli, guardò Gray's Inn Road in direzione di Gamut Street. Quasi tutti gli edifici sulle strade principali erano stati da tempo adibiti a uso commerciale, ma c'era un reticolo di strade e piazze dietro la barriera di quegli uffici scuri che non era stato toccato dagli speculatori. Molte di quelle strade erano strette è contorte, senza la luce dei lampioni, senza cartelli e segnaletica, come se di generazione in generazione le avessero guardate solo occhi ciechi. Ma lui non aveva bisogno di lampioni e segnali: aveva camminato per quelle strade infinite volte. Ecco Shiverick Square, con il giardinetto in pieno rigoglio, e Flaxen Street e Almoth e Sterne. E in mezzo a tutto questo, avvolta nell'anonimità, c'era la sua meta.
Gentle riconobbe, venti metri più avanti, l'angolo di Gamut Street e rallentò il passo per godersi appieno il piacere di quell'incontro. Innumerevoli ricordi lo aspettavano in quel luogo, e il mystif era uno di loro. Non tutti, però, sarebbero stati così dolci né altrettanto graditi. Avrebbe dovuto fare molta attenzione nell'ingerirli, così come un commensale con lo stomaco delicato che si trovi dinanzi a una sontuosa tavolata. L'unico sistema era usare moderazione. Non appena sazio, si sarebbe ritirato e sarebbe tornato allo studio per digerire ciò che aveva appena appreso e trarne forza. Solo in seguito sarebbe tornato per avere la seconda razione. Il processo sarebbe stato lungo, ne era consapevole, e il tempo era prezioso. Ma altrettanto importante era il suo equilibrio mentale. Che razza di Riconciliatore sarebbe stato se si fosse lasciato soffocare dal passato?
Con il cuore che gli batteva all'impazzata Gentle arrivò all'angolo e, dopo averlo svoltato, vide finalmente la strada sacra. Forse durante gli anni dell'amnesia aveva vagato per quegli angoli sperduti senza riconoscere niente, forse si era già trovato di fronte a quella visione. Ne dubitava, però. Era più probabile che quella fosse la prima volta, in due secoli, che tornava in Gamut Street. Era cambiata pochissimo, perché era stata sottratta all'intervento degli urbanisti e delle loro schiere di demolitori dai feit, gli incantesimi operati da uomini i cui nomi ancora riecheggiavano in quei luoghi. Gli alberi piantati lungo il marciapiede erano appesantiti dal fogliame sovrabbondante, ma la loro linfa emanava un odore forte, e l'aria era protetta dallo smog di Holborn e di Gray's Inn Road dal labirinto di strade che lo separava da quelle arterie. Era semplicemente frutto della sua fantasia o davvero l'albero davanti al numero 28 era particolarmente rigoglioso, come fosse nutrito da un flusso magico che uscisse da sotto la soglia della casa del Maestro?
Gentle si incamminò in quella direzione, avvicinandosi all'albero e alla soglia mentre i ricordi cominciavano ad affiorargli alla mente. Sentì bambini cantare dietro di sé: era la stessa canzone che l'aveva perseguitato quando l'Autarca gli aveva rivelato la sua identità. Sartori, gli aveva detto, e a rincorrere quel nome era arrivata questa canzonetta banale, intonata da voci stridule. Allora l'aveva detestata. La melodia era comune, le parole senza senso. Ma in quel momento gli tornò alla memoria la prima volta che l'aveva udita: stava camminando lungo quello stesso marciapiede e i bambini procedevano in fila sulla sponda opposta; ricordò come si era sentito lusingato quando aveva scoperto che era diventato così famoso da essere sulle labbra di bambini che non avrebbero mai imparato a leggere o a scrivere, e che molto probabilmente non avrebbero nemmeno raggiunto l'età della pubertà. Tutta Londra lo conosceva, e lui amava quella celebrità. Si parlava di lui a corte, stando a quanto gli aveva riferito Roxborough, e presto avrebbe dovuto aspettarsi un invito. Gente che lui non aveva neppure mai sfiorato con la manica ora pretendeva da lui amicizia e intimità.
Ma per fortuna c'era anche chi si teneva a distanza, e Gentle ricordò che uno di questi era vissuto proprio nella casa di fronte: una ninfa di nome Allegra che amava sedersi alla toletta vicino alla finestra, con il corpetto semislacciato, ben sapendo che il Maestro la contemplava dall'altra parte della strada. Aveva un barboncino, e a volte, di sera, gli era capitato di sentirla chiamare con voce stridula quella fortunata bestiola, che andava ad accucciarsi nel suo grembo. Un pomeriggio aveva incontrato la ragazza che stava passeggiando con la madre proprio a pochi passi da dove si trovava in quell'istante, e aveva cominciato a giocare con il cane, lasciando che gli sfiorasse la bocca con la lingua pur di sentire nel suo pelo il profumo del sesso della sua padrona. Che ne era stato di quella ragazzina? Era morta ancora vergine o era diventata vecchia e grassa chiedendosi chi fosse quell'uomo che certo le era parso il suo ammiratore più fervente?
Gentle alzò lo sguardo verso la finestra dove Allegra era solita sedere. Era tutto spento. La casa, come del resto quasi tutti gli edifici, era immersa nel buio. Sospirando, si voltò verso il numero 28 e, attraversata la strada, si diresse verso la porta. Era chiusa, naturalmente, ma una delle finestre al piano inferiore era stata rotta e mai riparata. Passando una mano attraverso il vetro infranto sbloccò la maniglia, l'aprì e s'infilò dentro. Piano, continuava a ripetersi, va' piano. Tieni sotto controllo il flusso dei ricordi.
Era buio, ma l'aveva previsto ed era venuto fornito di candela e fiammiferi. La fiamma dapprima languì, e la stanza sembrò oscillare seguendo quel tremolio indeciso che poi andò gradualmente rafforzandosi. Gentle sentì crescere dentro di sé, man mano che la luce aumentava, un sentimento che non si aspettava di provare: l'orgoglio. A suo tempo quella casa, la sua casa, aveva accolto grandi anime e grosse ambizioni, un posto da cui era stato bandito qualunque discorso futile. Per parlare di politica o per far pettegolezzi c'era la Coffee House: se si voleva parlare di commercio, bastava andare al mercato. Qui solo miracoli; qui solo la crescita dello spirito. E naturalmente si discuteva d'amore, se era il caso (e il più delle volte lo era), e talvolta di sangue. Ma non si parlava mai di cose prosaiche o banali. Qui la persona con il racconto più strano era la più gradita. Qui si esaltava ogni eccesso, se poteva portare a una visione, e ogni visione veniva analizzata per quanto conteneva che potesse ricondurre alla natura dell'Eterno.
Alzò la candela e, tenendola sollevata, cominciò a fare il giro della casa. Le molte stanze erano in pessimo stato; le assi, ormai corrose dall'umidità e dai tarli, scricchiolavano sotto i piedi; sui muri si disegnavano continenti di muffa. Il presente, comunque, non ebbe a lungo presa su di lui. Nel tempo che impiegò ad arrivare in cima alle scale, la memoria accese per lui candele ovunque, e la loro luce penetrò attraverso la porta della sala da pranzo e dalle stanze al piano superiore. Era una luce generosa, capace di rivestire le pareti spoglie o di ricoprire i pavimenti di tappeti, sistemandoci sopra mobili pregiati. Anche se lo scopo di coloro i quali avevano frequentato quella casa era quello di elevare lo spirito, non aveva certo disdegnato i piaceri carnali, pur maledicendoli. Chi avrebbe immaginato, osservando dalla strada la modesta facciata della casa, che potesse nascondere mobili e ornamenti tanto eleganti? Di fronte a un simile splendore Gentle sentì risuonare le voci di quelli che si erano crogiolati in quel lusso. Dapprima una risata secca, poi una vivace discussione tra qualcuno che si trovava in cima alle scale. Non riusciva ancora a vedere nessuno, forse perché la sua mente, cui aveva ordinato di stare calma, stava frenando il flusso dei ricordi: riuscì comunque a dare dei nomi a quelle voci senza volto. Una apparteneva a Horace Tyrwhitt, l'altra a Isaac Abelove. E la risata? Ovviamente era di Joshua Godolphin. Aveva la stessa risata del diavolo, piena e di gola.
"Venite avanti," disse a voce alta, rivolto a quei ricordi. "Sono pronto a guardarvi in faccia."
Non appena ebbe parlato, i ricordi assunsero un volto. Tyrwhitt sulle scale, come sempre in abiti vistosi e con il volto tutto incipriato, si teneva a distanza da Abelove, nel timore che la gazza a cui il suo inseguitore stava offrendo del cibo potesse sfuggirgli.
"Portano sfortuna," stava protestando Tyrwhitt. "Gli uccelli in casa portano sfortuna!"
"La fortuna è una cosa che interessa ai pescatori e ai giocatori d'azzardo," replicò Abelove.
"Uno di questi giorni dirai una frase degna di essere ricordata," continuò Tyrwhitt. "Cerca di far uscire quella bestia, prima che le torca il collo." Si rivolse a Gentle. "Diglielo tu, Sartori."
Gentle fu stupito di vedere gli occhi penetranti della memoria fissi su di lui.
"Non nuoce a nessuno," disse Gentle. "È una creatura di Dio."
A un certo punto l'uccello, sbattendo le ali, si liberò dalla presa di Abelove, svuotando l'intestino proprio sulla parrucca e sul volto dell'uomo, al che Tyrwhitt scoppiò in una fragorosa risata. "Non pulirti adesso," gli disse Abelove, mentre la gazza se ne volava via. "Porta fortuna."
Udendo la sua risata, Joshua Godolphìn, col suo solito fare autoritario, uscì dalla sala da pranzo»
"Cos'è questo baccano?"
Abelove già correva per far tornare indietro l'uccello, spaventandolo ancora di più con le sue urla. Impaurita, la gazza cominciò a svolazzare per il corridoio gracchiando.
"Apri quella maledetta porta!" disse Godolphin, "E lascia uscire quella dannata bestia!"
"E così ci roviniamo il divertimento!" ribatté Tyrwhitt.
"Basterebbe che abbassassimo la voce," intervenne Abelove, "e si fermerebbe."
"Perché l'hai portata dentro?" volle sapere Joshua.
"Se ne stava appollaiata sul gradino," rispose Abelove, "Pensavo fosse ferita."
"Mi sembra che stia piuttosto bene," disse Godolphin, e si girò verso Gentle, il volto arrossato dal brandy. "Maestro," gli disse piegando un po' il capo, "temevo che avremmo dovuto cominciare a mangiare senza di te. Forza, entra. Lascia perdere questi cervelli di gallina."
Gentle stava per raggiungere la sala da pranzo quando udì un tonfo dietro di sé, e si girò appena in tempo per vedere l'uccello che cadeva sul pavimento, sotto una finestra cori il vetro rotto, Abelove emise un debole gemito e Tyrwhitt smise di ridere.
"Ecco!" disse. "L'hai uccisa!"
"Non sono stato io!" si difese Abelove.
"Vuoi farla risuscitare?" mormorò Joshua rivolto a Gentle, con il tono di chi sta preparando un complotto.
"Anche se ha il collo rotto e le ali spezzate?" chiese Gentle dispiaciuto. "Non sarebbe molto gentile."
"Però sarebbe divertente," replicò Godolphin, gli occhi gonfi e lo sguardo malizioso.
"Io non credo," disse Gentle, e il suo disgusto cancellò il divertimento dipinto sul volto di Joshua. Un po' mi teme, pensò Gentle, il mio potere lo rende nervoso.
Joshua si diresse verso la sala da pranzo e Gentle era sul punto di seguirlo quando un ragazzo gli si accostò. Non doveva avere più di diciott'anni, il viso allungato, insignificante, contornato da riccioli da corista.
"Maestro?" disse.
Al contrario di quanto era successo con Joshua e gli altri, a Gentle i suoi lineamenti risultarono più familiari. C'era forse un qualcosa di moderno nel suo sguardo languido o nella bocca piccola, quasi effeminata. A dire il vero non sembrava molto intelligente, ma quando parlò le sue parole risuonavano ben distinte, nonostante il nervosismo che lo agitava. Guardava appena Sartori, ma le palpebre abbassate imploravano il Maestro di essere indulgente.
"Mi chiedevo, signore, se per caso non avessi riflettuto su quanto ci eravamo detti."
Gentle stava per chiedergli: riguardo a cosa?, e invece sentì se stesso rispondere diversamente, mentre la memoria gli tornava man mano che le parole gli uscivano di bocca.
"So quanto tu sia ansioso, Lucius."
Lucius Cobbit: era quello il nome del ragazzo. A diciassette anni conosceva già a memoria i grandi testi, o almeno le loro tesi principali. Ambizioso, portato per la politica, aveva fatto di Tyrwhitt il suo mecenate (anche se gli offriva i suoi servigi principalmente dentro il suo letto, e quello era certamente un crimine punibile con l'impiccagione) e trasformandosi in servo si era assicurato un posto in quella casa. Ma lui voleva di più, e non passava sera che non assillasse educatamente il Maestro con i suoi sguardi schivi e le sue suppliche.
"Sono più che ansioso, signore," disse. "Ho studiato tutti i rituali. Ho tracciato una mappa dell'In Ovo, desumendola da ciò che ho letto nelle Visioni di Flute. E solo l'inizio, lo so, ma ho anche ricopiato tutti i geroglifici già decifrati e ormai li conosco a memoria."
Era anche un artista piuttosto abile; un'altra cosa che avevano in comune, oltre all'ambizione e alla dubbia moralità.
"Io posso aiutarti, Maestro," stava dicendo. "Hai bisogno che qualcuno ti stia accanto durante la notte."
"Il tuo comportamento è encomiabile, Lucius, ma la Riconciliazione è una cosa pericolosa. Non posso assumermi la responsabilità di... "
"Me l'assumo io, signore."
"E inoltre ho già un assistente."
Il ragazzo si rabbuiò in viso. "Ce l'hai già?" disse.
"Certamente. Ho Pie'oh'pah."
"Ti fidi a lasciare la tua vita nelle mani di un famiglio?"
"Perché non dovrei?"
"Ecco, perché... perché non è nemmeno un essere umano."
"È appunto per quello che mi fido, Lucius," rispose Gentle. "Mi spiace deluderti..."
"Mi concedi almeno di stare a guardare, signore? Mi terrò a distanza, lo giuro. E poi ci saranno tutti."
Non aveva tutti i torti. Via via che la notte della Riconciliazione si avvicinava, aumentava il numero degli aspiranti spettatori. I suoi patrocinatori, che inizialmente avevano preso molto sul serio il loro giuramento di segretezza, ora, pregustando già la vittoria, erano diventati indiscreti. Con toni sommessi e spesso imbarazzati avevano ammesso di aver invitato un amico o un parente ad assistere ai riti e, chiunque fosse colui che era stato chiamato a celebrarli, come avrebbe potuto impedire che coloro che lo finanziavano si godessero quel momento di gloria riflessa? Anche se non era stato molto, tenero con loro quando gli avevano confessato di non aver mantenuto il segreto, tutto ciò non lo preoccupava più di tanto al momento. L'ammirazione ricevuta gli aveva infiammato il sangue. E, una volta compiuta la Riconciliazione, avere un numero sempre maggiore di persone pronte a dichiarare di aver assistito alla riuscita di quell'impresa e a santificare il suo artefice, sarebbe stata un'ottima cosa.
"Ti prego, signore," gli stava dicendo Lucius. "Te ne sarò debitore per sempre."
Gentle acconsentì, arruffandogli la chioma rossiccia. "Puoi guardare," disse.
Gli occhi del ragazzo cominciarono a riempirsi di lacrime, afferrò la mano di Gentle appoggiandovi sopra le labbra. "Non c'è uomo più fortunato di me in tutta l'Inghilterra," disse. "Grazie signore, grazie."
Gentle attese che il ragazzo la finisse con le sue effusioni, lo congedò sulla soglia ed entrò nella sala da pranzo. Nel frattempo cominciò a chiedersi se tutti quegli eventi e quelle conversazioni fossero realmente concatenati o se non era invece la sua memoria che raccoglieva frammenti di diverse notti e diversi giorni e li congiungeva, facendoglieli poi ricordare in sequenza. Nella seconda ipotesi forse in quelle scene c'erano delle chiavi in grado di svelare misteri ancora irrisolti: avrebbe dovuto cercare di ricordare anche i minimi dettagli. Ma era difficile. Adesso lui era sia Gentle sia Sartori, era spettatore ma anche attore. Era difficile vivere dei momenti e osservarli allo stesso tempo, e ancora più difficile scavare in profondità per trovare un nesso che li spiegasse, quando la loro superficie era così brillante e soprattutto quando era lui il gioiello più splendente. Quanto l'avevano idolatrato! Era stato quasi una divinità per loro, persino i suoi rutti e i suoi peti attiravano la folla, neanche fossero stati dei sermoni; le sue dissertazioni cosmologiche, di cui era fin troppo patito, erano ascoltate con riverenza e gratitudine anche dalle persone più autorevoli.
Tre di queste personalità lo aspettavano in sala da pranzo, riunite a un'estremità del tavolo che era stato preparato per quattro ma che traboccava di cibi sufficienti a saziare gli abitanti di quella strada per una settimana. Naturalmente Joshua faceva parte del terzetto. Gli altri due erano Roxborough e colui che era ormai da lungo tempo la sua spalla, Oliver McGann. Quest'ultimo aveva tutta l'aria di essere già ubriaco. Roxborough invece se ne stava come sempre sulle sue, tenendo come al solito una mano davanti ai suoi tratti ascetici, tra cui spiccava il lungo naso aquilino, e nascondendoli per metà. Disprezzava la propria bocca, pensò Gentle, perché tradiva la sua natura che, a dispetto delle ricchezze e delle ambizioni metafisiche, era permalosa, gretta e sgradevole.
"La religione è per i fedeli," stava dicendo ad alta voce McGann. "Pregano, le loro preghiere non vengono esaudite ma la loro fede cresce. La magia invece..." Si fermò per guardare con sguardo inebriato il Maestro, fermo sulla porta. "Ah! Capiti a proposito. Diglielo tu Sartori, digli cos'è la magia."
Roxborough aveva chiuso le dita formando una piramide il cui apice era all'altezza della sella del naso. "Sì, Maestro," disse. "Diglielo."
"È un piacere per me," replicò Gentle, accettando il bicchiere di vino che McGann gli aveva versato e inumidendosi la gola prima di gratificare gli astanti delle sue massime di quella notte.
"La magia è la prima e l'ultima religione del mondo," disse. "Ha il potere di renderci completi, di aprire i nostri occhi sui Domini e di farci ritrovare noi stessi."
"Suona benissimo," si limitò a dire Roxborough. "Ma cosa significa?"
"Il significato è ovvio," protestò McGann.
"Non per me."
"Significa che nasciamo divisi, Roxborough," replicò il Maestro. "Ma non vediamo l'ora di essere uniti. Non è forse così?"
"Credo di sì."
"E perché dovremmo cercare di ricongiungerci a noi stessi?" chiese Roxborough. "Spiegamelo. Pensavo che fossimo noi la sola compagnia su cui potessimo contare."
Dal suo tono trapelava un compiacimento irritante, ma il Maestro era abituato a soddisfare anche i più esigenti e fu quindi pronto a rispondere.
"Noi siamo anche tutto ciò che non siamo," disse ancora. Si avvicinò al tavolo, posò il bicchiere e scrutò, attraverso il fumo prodotto dalla fiamma della candela, gli occhi neri di Roxborough. "Noi siamo legati a tutto ciò che era, che è e che sarà," disse. "Da un capo all'altro dell'Imagica. Dal più piccolo granello di polvere che si muove davanti a questa fiamma, all'essenza stessa di Dio."
Prese fiato, lasciando così il tempo a Roxborough di ribattere. Ma non ci fu replica.
"Alla nostra morte scompariremo," continuò. "Ma cresceremo fino a raggiungere le dimensioni dell'intero Creato."
"Sì..." mormorò McGann, e quella parola, pronunciata ad alta voce, con tono strascicato, gli uscì dai denti ancora serrati in un sorriso tigresco.
"La magia ci serve per arrivare alla Rivelazione," disse il Maestro. "Mentre siamo ancora vivi."
"E tu credi che ci sia concesso avvicinarci a quella Rivelazione?" replicò Roxborough. "O dovremo forse appropriarcene furtivamente?"
"Siamo nati per sapere quante più cose possibili."
"Siamo nati per patire le sofferenze della carne," disse Roxborough.
"Forse tu soffri, io no."
Quella risposta suscitò una risata sguaiata di McGann.
"La carne non è una punizione," disse il Maestro. "Deve portare gioia. Ma è anche il luogo dove noi finiamo e la Creazione comincia. O almeno questo è quello che crediamo. È la nostra illusione, naturalmente."
"Bene..." disse Godolphin, "... mi piace."
"Ma allora stiamo operando in nome di Dio o no?" volle sapere Roxborough.
"Hai dei ripensamenti?"
"Molti, se è per questo," s'intromise McGann.
Roxborough lanciò un'occhiata truce all'uomo che gli stava di fianco. "Abbiamo forse giurato di non avere dubbi?" disse. "Non mi pare. Perché dovrei essere punito per il solo fatto di aver chiesto una cosa?"
"Ti chiedo scusa," gli disse McGann. "Rispondigli, Maestro. Stiamo agendo in nome di Dio, non è così?"
"Dio non vuole forse da noi più di quanto non siamo?" domandò Gentle. "Naturalmente. Non vuole forse che amiamo, e questo non comporta il desiderio di essere uniti, di far parte del tutto? Naturalmente. Non è forse vero che Esso vuole farci per sempre partecipi della sua gloria? Certo che lo vuole."
"Hai detto Esso e non Egli," osservò McGann. "Come mai?"
"La Creazione e il suo artefice sono una cosa sola, la stessa cosa. Vero o falso?"
"Vero."
"E la Creazione comprende uomini e donne in numero uguale. Vero o falso?"
"Ah, è vero."
"E per questo io ringrazio Dio giorno e notte," disse Gentle, guardando Godolphin mentre parlava. "Sia quando sono inginocchiato accanto al letto sia quando ci sono dentro."
Joshua rise, con la sua risata demoniaca.
"Quindi Dio è uomo e donna allo stesso tempo. E per convenienza dico Esso allo scopo di indicarlo."
"Ben detto!" dichiarò Joshua. "Non mi stancherò mai di sentirti parlare, Sartori. I miei pensieri sono confusi e torbidi ma dopo essere stato ad ascoltarti per un po', diventano limpidi come acqua di sorgente che sgorga direttamente dalla roccia!"
"Spero che non diventino troppo trasparenti," disse il Maestro. "Non vogliamo che un eccesso di puritanesimo rischi di rovinare la Riconciliazione."
"Mi conosci troppo bene per credere una cosa simile," disse Joshua, guardando fisso Gentle.
Mentre ricordava, Gentle capì che quegli incontri, sebbene gli tornassero alla mente in sequenza, non erano avvenuti in quell'ordine, ma erano frammenti che la sua mente collegava man mano che le stanze che stava percorrendo glieli evocavano. McGann e Roxborough svanirono insieme alla luce della candela e a quanto era rimasto nelle caraffe, nei bicchieri e nei piatti. C'erano solo lui e Joshua adesso, e la casa era immersa nel silenzio. Tutti dormivano, eccetto loro due.
"Voglio essere al tuo fianco quando porterai a termine la tua missione," gli stava dicendo Joshua. Era serissimo. Sembrava tormentato e nervoso. "Lei è molto preziosa per me, Sartori. Se le dovesse accadere qualcosa, impazzirei."
"Ne uscirà sana e salva," disse il Maestro, sedendosi al tavolo.
Davanti a lui c'era una mappa dell'Imagica su cui erano segnati, per ogni Dominio, accanto ai luoghi magici, i nomi dei Maestri e dei loro assistenti. Li esaminò e scoprì di conoscerne uno o due. C'era Sua Rozzezza, vice di Uter Musky, e anche Scopique, indicato come assistente di un assistente di Heratae Hammeryock: quest'ultimo doveva essere un lontano parente dell'Hammeryock che Gentle e Pie avevano incontrato a Vanaeph. Erano nomi provenienti da due passati diversi che s'intersecavano sulla mappa.
"Mi stai ascoltando?" chiese Joshua.
"Ti ho detto che ne uscirà sicuramente sana e salva," fu la risposta del Maestro. "Sono compiti delicati, ma non pericolosi."
"Allora permettimi di essere presente," disse Godolphin, torcendosi le mani. "Voglio essere il tuo assistente al posto di quello squallido mystif."
"Non ho detto niente a Pie'oh'pah. Questa cosa riguarda soltanto noi e nessun altro. Porta qui Judith domani sera e poi si vedrà."
"Lei è così vulnerabile."
"A me sembra molto padrona di sé," osservò il Maestro. "E molto calda."
Lo sguardo nervoso di Godolphin s'inasprì, fino a diventare di ghiaccio. "Non fare il gradasso, Sartori," disse. "Non basta che Roxborough mi abbia assillato tutto ieri, dicendomi che non devo fidarmi di te, ora mi tocca anche sopportare te e la tua arroganza."
"Roxborough non capisce niente."
"Dice che sei ossessionato dalle donne, questo almeno l'ha capito. Dice che guardi una ragazza che abita dall'altro lato della strada e..."
"E se così fosse?"
"Come puoi occuparti della Riconciliazione se la tua attenzione viene così facilmente distolta?"
"Cerchi di distogliermi dal mio desiderio di Judith?"
"Pensavo che la magia fosse la tua religione."
"Anche lei lo è."
"Una disciplina, un mistero sacro."
"Ti ripeto, lo stesso vale anche per lei." Rise. "Quando l'ho vista la prima volta è stato come scoprire un universo nuovo. Sapevo che avrei rischiato la vita pur di essere dentro di lei. Quando sono con lei mi sento di nuovo un adepto che cerca, passo dopo passo, di avvicinarsi al miracolo. Esitante, eccitato..."
"Basta!" .
"Davvero? Non vuoi sapere perché ho così tanto bisogno di essere dentro di lei?"
Godolphin lo guardò afflitto. "Veramente no," disse. "Solo che se non me lo dici mi chiederò..."
"Perché per qualche tempo potrò dimenticare chi sono. Scorderò le seccature, i particolari. La mia ambizione, il mio passato. Dimenticherò tutto. Mi dissolverò. Sarà quello il momento in cui sarò più vicino al divino."
"In un modo o nell'altro riesci sempre a ricondurre tutto a quello. Persino la tua avidità."
"È la stessa cosa."
"Non mi piace il tuo modo di parlare dell'Uno," disse Godolphin. "Sembri Roxborough, quando enuncia le sue massime! La forza è nella semplicità, e tutto il resto..."
"Non volevo dir questo, e tu lo sai. È solo che le donne sono là dove tutto comincia, e io adoro - come posso dire? - toccare quella fonte originaria il più spesso possibile."
"Pensi di essere perfetto, vero?" gli chiese Godolphin.
"Perché sei così acido? Una settimana fa pendevi dalle mie labbra."
"Non mi piace quello che stiamo facendo," replicò Godolphin. "Voglio Judith per me."
"L'avrai. E anch'io l'avrò. Il bello è proprio questo."
"Non ci sarà alcuna differenza tra la mia e la tua?"
"Nessuna. Saranno identiche. Fino all'ultima ruga, fino all'ultimò ciglio."
"E allora perché devo prendermi io la copia?"
"Conosci già la risposta. Perché l'originale ama me, non te."
"Non avrei mai dovuto permetterti di mettere gli occhi su di lei."
"Non saresti riuscito a tenerci lontani. Non fare quella faccia sconsolata. Sto per darti una Judith che amerà svisceratamente te e i vostri figli, e i figli dei vostri figli, finché il nome Godolphin non scomparirà del tutto dalla faccia della terra. E ora dimmi, che male c'è in tutto ciò?"
Non appena ebbe formulato la domanda tutte le candele, tranne quella che aveva in mano, si spensero, e con quelle si estinse anche il passato. Gentle si ritrovò di nuovo nella casa vuota, mentre una sirena della polizia risuonava nelle vicinanze. Uscì nel corridoio e vide l'auto correre in Gamut Street, mentre la luce blu intermittente penetrava attraverso le finestre. Dopo qualche secondo passò un'altra auto della polizia, anche questa con la sirena accesa. Il rumore delle sirene andò attenuandosi e poi scomparve del tutto, ma i lampi di luce continuarono. Passarono però dal blu al bianco e persero la regolarità dell'intermittenza. Grazie a quelle luci fu come se Gentle vedesse la casa ritornare alla gloria di un tempo. Ora però non era più un luogo di discussioni e risate. Gentle sentiva dei singhiozzi provenire da tutte le parti e in ogni angolo avvertiva un'atmosfera di paura. Un tuono fece tremare il tetto, ma non ci fu la pioggia subito dopo che potesse placarne la collera.
Non voglio restare qui, pensò. I ricordi di poco prima l'avevano divertito. Gli erano piaciuti i ruoli che aveva avuto in essi. Ma questo buio era una cosa ben diversa. Sapeva di morte. Non vedeva l'ora di scappar via da lì.
Ci fu un altro lampo, di un colore livido, orribile. Grazie alla luce che irradiò, Gentle riuscì a vedere Lucius Cobbitt che se ne stava in piedi a metà scalinata, aggrappato alla balaustra, quasi timoroso di cadere. Si era morso la lingua o il labbro, o forse entrambi, e il sangue gli scorreva dalla bocca al mento in filaménti misti a saliva. Quando Gentle si arrampicò per le scale, sentì puzza di escrementi. Il ragazzo se l'era fatta sotto. Vedendo Gentle, alzò gli occhi.
"Com'è potuta fallire, Maestro?" singhiozzò, "come?"
Gentle fu scosso da un tremito. Quella domanda gli aveva riportato alla mente immagini terribili, perfino più orrende di tutte le scene a cui aveva assistito quand'era nel deserto dell'Annullamento. Il fallimento della Riconciliazione era stato improvviso e disastroso, aveva colto i Maestri, rappresentanti dei cinque Domini, in un momento così delicato del loro operare che non avevano avuto modo di evitarlo. Dopo essere passati attraverso l'Imagica, gli spiriti dei Maestri di tutti e cinque i Domini erano confluiti nell'Ana - la zona inviolabile che appariva ogni due secoli nel cuore dell'In Ovo - portando con sé tutto ciò che poteva avere una qualche analogia con i loro mondi. Là, per un certo periodo, era possibile operare miracoli dato che i Maestri, non minacciati dagli abitanti dell'In Ovo ma privi del loro stato immateriale - e per questo più forti - si erano scrollati di dosso le loro sembianze e avevano lasciato che il genio dell'Ana completasse la fusione dei Domini. Era un momento di precarietà, ma stavano quasi per riuscire nell'intento quando si ruppe il cerchio in cui si trovava il corpo fisico del Maestro Sartori, e le cui pietre proteggevano il mondo esterno dal flusso che saliva verso l'In Ovo. Di tutti i luoghi dove si sarebbe potuto verificare il fallimento dei riti, quello era il meno probabile; era come se la transustanziazione potesse non riuscire perché nell'ostia mancava il sale. Tuttavia fallì, e una volta aperto quel varco non ci fu modo di chiuderlo finché i Maestri non ebbero riacquistato le loro fattezze corporee e raccolto i loro incantesimi. Fu allora che gli abitanti affamati dell'In Ovo ebbero libero accesso al Quinto Dominio. E non solo al Quinto ma anche alla carne dei Maestri, che vagava senza meta per l'Ana.
Sartori avrebbe sicuramente perso la vita insieme a tutti gli altri se non fosse stato per Pie'oh'pah. Quando il cerchio si era rotto, il mystif era stato portato via con la forza dal Rifugio dietro ordine di Godolphin, che lo accusava di aver diffuso una voce di allarme, disturbando così la seduta. Abelove e Lucius Cobbitt erano stati incaricati di portarlo via, ma nessuno dei due aveva avuto la forza di trattenere il mystif. Questi si era liberato, aveva attraversato di corsa il Rifugio e si era tuffato nel cerchio dove si trovava il suo padrone, visibile all'assemblea nella forma di un bagliore di luce. Pie aveva imparato molte cose da Sartori. Era in grado di difendersi dal flusso di poteri che roteava nel cerchio, ed era riuscito a sottrarre il Maestro agli Oviati che già sopraggiungevano.
Gli altri membri dell'assemblea, intanto, presi tra i due fuochi del mystif con le sue grida d'allarme, e di Roxborough che cercava di salvaguardare lo status quo, stavano ancora pensando al da farsi, quando apparvero gli Oviati.
Le entità erano velocissime. Un momento prima il Ritiro fungeva da ponte verso la trascendenza. L'attimo dopo si era trasformato in un mattatoio. Ancora sbalordito per l'improvvisa perdita dello stato di grazia, il Maestro era riuscito a cogliere solo dei frammenti di quel massacro, che però continuavano a bruciargli negli occhi, e persino ora Gentle se ne ricordava fin nei minimi, orrendi dettagli. Abelove raspava il terreno terrorizzato mentre un Oviate, grande quanto un toro feroce ma simile piuttosto a un mostruoso aborto, stava spalancando le fauci sdentate, e con le sue lingue lunghe come fruste lo attirava dentro di sé; McGann aveva perso il braccio, che gli era stato strappato da un animale liscio e scuro che correva ondeggiando e da cui l'uomo era riuscito a scappar via urlando come un dannato, mentre il sangue gli sgorgava come da una fontana rossa, solo perché la bestia era stata distratta da carne più fresca; Flores - povero Flores, arrivato solo il giorno prima in Gamut Street con una lettera di presentazione di Casanova - era stato catturato da due bestie con le teste piatte come pale e la pelle semitrasparente attraverso cui Sartori aveva potuto vedere la terribile agonia della loro vittima: la testa era stata inghiottita da una bestia, mentre l'altra le divorava le gambe.
La scena che però Gentle ricordava con più orrore era la morte della sorella di Roxborough, tanto più che l'uomo si era tanto affannato per non farla venire, abbassandosi perfino a supplicare il Maestro perché le parlasse e la persuadesse a rimanere alla larga da quel posto. Lui le aveva parlato, ma aveva di proposito trasformato la dissuasione in seduzione, con il risultato di darle un motivo in più per assistere alla Riconciliazione oltre alla cerimonia in sé: incontrare nuovamente lo sguardo dell'uomo che l'aveva corteggiata con i suoi ammonimenti. Era lei ad aver pagato il prezzo più orribile. Se l'erano disputata come un osso tra lupi affamati, mentre gridava supplicando il cielo di liberarla da quei tre Oviati che le stavano strappando le viscere e si accingevano a far scempio del suo cranio aperto. Prima che il Maestro, aiutato da Pie'oh'pah, riuscisse a evocare abbastanza incantesimi da ricacciare di nuovo quegli esseri nel cerchio, lei era già in fin di vita e si dibatteva come un pesce dilaniato dall'amo.
Solo più tardi il Maestro venne a conoscenza delle atrocità avvenute negli altri cerchi. La storia si era ripetuta identica anche là: gli Oviati erano apparsi tra le creature innocenti e le avevano massacrate finché non erano stati fermati da un assistente del Maestro che li aveva riportati nel cerchio. Eccetto Sartori, tutti gli altri Maestri erano morti.
"Sarebbe stato meglio che fossi morto anch'io insieme agli altri," disse a Lucius.
Il ragazzo cercò di convincerlo del contrario, ma le lacrime ebbero il sopravvento su di lui. Si udì un'altra voce, in fondo alle scale, una voce resa aspra dalla sofferenza e tuttavia ancora forte.
"Sartori! Sartori!"
Si girò. Nel corridoio c'era Joshua con il suo bel soprabito cobalto coperto di sangue. Anche le mani erano insanguinate, come pure la faccia.
"Che cosa succederà ora?" urlò. "Questa tempesta! Distruggerà il mondo!"
"No, Joshua, non accadrà!"
"Non mentirmi! Non si e mai visto niente di simile! Mai!"
"Controllati..."
"Gesù Cristo, Signore nostro, perdona le nostre colpe."
"Quello che dici non ci aiuterà, Joshua."
Godolphin si portò alle labbra il crocifisso che aveva in mano. "Tu, lurido perverso! Sei forse un demonio? È così? Sei stato mandato a rubarci l'anima?" Le lacrime gli scendevano copiose sul volto da folle. "Da quale inferno sei uscito?"
"Dallo stesso posto da cui provieni anche tu. L'inferno degli uomini."
"Avrei dovuto dare ascolto a Roxborough. Lui lo sapeva! Continuava a ripetermi che avevi in testa un piano, ma io non gli ho creduto, non ho voluto credergli perché Judith ti amava, e com'era possibile che una creatura così pura amasse un essere empio e malvagio come te? Ma tu hai mentito anche a lei, non è forse così? Povera, dolce Judith! Come hai fatto a farla innamorare di te? Come ci sei riuscito?"
"Riesci a pensare solo a questo?"
"Dimmi, come hai fatto?" Dominato dalla collera e a stento consapevole di ciò che faceva, Godolphin cominciò a salire le scale dirigendosi verso l'infame seduttore.
Gentle sentì che la sua mano si stava posando sulla bocca. Godolphin si fermò. Conosceva il suo potere.
"Non c'è stato abbastanza spargimento di sangue per stanotte?" gli disse il Maestro.
"Per colpa tua, non mia," replicò Godolphin. Puntò un dito in direzione di Gentle, mentre il crocifisso gli pendeva dalla mano. "Non avrai più pace," disse. "Roxborough parla già di purificazione e io gli darò fino all'ultimo soldo, se necessario, purché ti distrugga. Che tu sia dannato insieme a tutta la tua opera!"
"Anche Judith?"
"Non voglio rivedere mai più quella creatura."
"Ma lei ti appartiene, Joshua," gli disse categorico il Maestro, scendendo le scale mentre parlava. "Lei è tua per sempre. Non invecchierà. Non morirà. Apparterrà alla stirpe dei Godolphin finché il sole splenderà nel cielo."
"In tal caso dovrò ucciderla."
"Così avrai la sua anima innocente sulla tua sporca coscienza?"
"Lei non ha anima!"
"Ti ho promesso che sarebbe stata simile in tutto a Judith, e così è. Te ne ricordi?" Godolphin si coprì il volto con le mani. "Lei è la sola anima innocente rimasta fra tutti noi, Joshua. Preservala. Amala come non hai mai amato nessun'altra cosa vivente, perché è la nostra unica vittoria." Afferrò le mani di Godolphin e gli scoprì il viso. "Non vergognarti delle tue ambizioni," gli disse. "E non credere a chi ti dice che tutto questo è opera del diavolo. Quello che abbiamo fatto l'abbiamo fatto per amore."
"Che cosa abbiamo fatto per amore?" gli chiese Godolphin. "Lei o la Riconciliazione?"
"Fa tutto parte di un Unico," rispose Gentle. "Credi almeno a questo."
Godolphin si liberò le mani dalla stretta del Maestro. "Non crederò più a niente," disse e, dandogli le spalle, cominciò la faticosa discesa.
Sulle stesse scale, mentre il ricordo svaniva, Gentle pronunciò il suo secondo addio. Non aveva più rivisto Godolphin dopo quella notte. Qualche settimana più tardi l'uomo si era ritirato nella sua tenuta e si era rinchiuso lì dentro, iniziando una silenziosa esistenza di automortificazione finché il suo tenero cuore non aveva ceduto alla disperazione.
"È stata colpa mia," disse il ragazzo che era dietro di lui, sulle scale.
Gentle aveva dimenticato che Lucius era rimasto lì e aveva visto e sentito tutto. Si girò verso di lui. "No," gli disse. "La responsabilità di quanto è accaduto non è tua."
Lucius si era asciugato il sangue dal mento, ma non riusciva a smettere di tremare. Batteva i denti mentre parlava, incespicando nelle parole. "Ho fatto tutto quello che mi avevi detto..." disse "...lo giuro. Lo giuro. Ma mi deve essere sfuggita qualche parola durante i riti... o... non so... forse ho confuso le pietre."
"Di cosa stai parlando?"
"Le pietre che mi hai dato per sostituire quelle incrinate."
"Io non ti ho dato nessuna pietra, Lucius."
"Certo che l'hai fatto, Maestro. Due pietre, perché le portassi nel cerchio. Mi hai detto di sotterrare sotto il gradino quelle che avrei sostituito. Non te ne ricordi?"
Ascoltando le sue parole, Gentle capì finalmente perché la Riconciliazione aveva causato tanto dolore. Il suo alter ego nato proprio in quella casa, nella stanza al piano di sopra, aveva mandato Lucius a sostituire una parte del cerchio con delle pietre simili a quelle originali, ben consapevole che non avrebbero preservato l'integrità del cerchio quando la cerimonia avesse raggiunto il suo momento culminante.
Ma mentre colui che stava rivivendo con la memoria quelle scene riusciva a comprendere come tutto fosse potuto succedere, per il Maestro Sartori, che ignorava l'esistenza della sua copia creata in seno al cerchio di duplicazione, quelle parole di Lucius rimanevano un mistero imperscrutabile.
"Non sono stato io a darti quell'ordine," disse a Lucius.
"Capisco," replicò il ragazzo. "Devi scaricare su di me la colpa. E per questo che i Maestri hanno bisogno degli adepti. Ti ho chiesto io di affidarmi quella responsabilità e ne sono contento, anche se ho fallito." Si frugò in tasca mentre parlava. "Perdonami, Maestro," disse ancora e, tirato fuori un coltello, se lo conficcò nel petto con la velocità del fulmine. Stava già sanguinando quando il Maestro gli afferrò la mano e gli strappò la lama dalle mani, buttandola giù dalle scale.
"Chi ti ha dato il permesso di fare una cosa simile?" disse a Lucius. "Credevo che volessi diventare un adepto."
"Lo volevo," rispose il ragazzo.
"E ora non ami più questa missione. Hai veduto l'umiliazione e non vuoi più saperne."
"Non è vero!" protestò Lucius. "Voglio ancora diventare saggio. Ma stanotte ho fallito."
"Tutti abbiamo fallito stanotte!" gli disse il Maestro. Afferrò il ragazzo tremante e gli parlò con dolcezza. "Non so come sia potuta accadere una simile tragedia," disse. "Ma sento che dietro a tutto questo c'è qualcosa di diverso da un errore. Qualcuno ha ordito un complotto contro le nostre grandi ambizioni e forse, se la mia presunzione non mi avesse accecato, me ne sarei accorto. La colpa non è tua, Lucius. Cercando di metter fine alla tua esistenza, non riporteresti in vita Abelove o Esther, o nessun altro. Ascolta ciò che ti dico."
"Ti sto ascoltando."
"Vuoi ancora essere un mio adepto?"
"Naturalmente."
"Sei pronto a fare esattamente ciò che ti dico?"
"Tutto ciò che vuoi. Devi solo dirmi cosa vuoi che faccia."
"Prendi i miei libri, tutti quelli che riesci a caricare, e va" via di qui, il più lontano possibile. All'altro capo dell'Imagica, se riesci a trovare uno stratagemma per arrivarci. Da qualche parte in cui Roxborough e i suoi segugi non possano mai trovarti. L'inverno che si avvicina sarà duro per gente come noi. Ucciderà tutti, salvo i più astuti. E tu sai essere astuto, vero?"
"Vero."
"Lo sapevo," sorrise il Maestro. "Devi imparare a vivere nascosto, Lucius, e fuori del tempo. Così facendo gli anni non t'indeboliranno e quando Roxborough sarà morto, sarai pronto a ritentare."
"E tu dove sarai, Maestro?"
"Se avrò fortuna, mi avranno dimenticato. Anche se credo che non mi perdoneranno mai. Sarebbe sperare troppo. Non avere quell'aria abbattuta, Lucius. Devo sapere che c'è ancora speranza ed è in te che ripongo la mia."
"È un onore per me, Maestro."
Udendo quella risposta, Gentle ebbe di nuovo la sensazione di rivivere una scena già vissuta, la stessa sensazione che aveva provato quando aveva incontrato Lucius davanti alla porta della sala da pranzo. Ma fu solo un attimo che passò, forse prima che potesse rendersene conto.
"Ricorda, Lucius, ogni cosa che impari è già dentro di te. Studia solo nella consapevolezza di sapere già. Non adorare niente se prima non adori te stesso. E non aver paura di niente..." e a questo punto il Maestro si fermò, scosso da un brivido, come sfiorato da qualche presentimento "...di niente, salvo che nella certezza di essere tu l'ideatore del tuo nemico e anche la sua unica speranza di salvezza. Poiché tutto ciò che è causa di male soffre. Ti ricorderai queste cose?"
Il ragazzo lo guardò incerto. "Farò del mio meglio," rispose.
"Sarà sufficiente," disse il Maestro. "Ora... vattene via prima che arrivino i purificatori."
Gentle lasciò le spalle del ragazzo e Cobbitt cominciò a scendere le scale a ritroso, come un suddito che si allontani dal re senza mai voltargli le spalle, girandosi solo quando fu arrivato in fondo.
La bufera era sopra il suo capo adesso, e quando il ragazzo se ne fu andato portando con sé il suo puzzo di fogna, si fece più forte l'odore di elettricità. La candela che Gentle teneva in mano tremolò e per un istante l'uomo pensò che si sarebbe spenta, segnalando in quel modo che i ricordi, almeno per quella notte, erano esauriti, Ma c'era ancora dell'altro in serbo per lui.
"È stato gentile da parte tua," sentì dire a Pie'oh'pah e, girandosi, vide il mystif in cima alle scale. Si era tolto i vestiti sporchi con la pignoleria che gli era tipica, ma la camicia e i pantaloni che indossava erano gli unici ornamenti di cui aveva bisogno per apparire perfetto. Gentle pensò che non c'era volto più bello del suo in tutta l'Imagica, né forma più leggiadra, e le scene di terrore e di angoscia portate dalla bufera persero importanza mentre lo contemplava.
"Eri qui quando è arrivato Godolphin?" chiese.
"Sì."
"Allora sai di Judith?"
"Posso immaginarlo."
"Te l'ho tenuta nascosta perché sapevo che non avresti approvato."
"Non spetta a me approvare o meno. Non sono tua moglie, e quindi non devi aver paura che possa biasimarti."
"E invece sì. E pensavo che, una volta compiuta la Riconciliazione, avresti considerato questa cosa come una piccola soddisfazione che mi ero voluto togliere, e che avresti detto che me l'ero meritata per quello che avevo fatto. Ora invece mi sembra un crimine, e vorrei che fosse distrutta."
"Lo vuoi davvero?" gli chiese il mystif.
Il Maestro lo guardò. "No, non voglio," disse con il tono di chi abbia appena avuto una rivelazione. Cominciò a salire le scale. "Suppongo di dover credere a ciò che ho detto a Godolphin sul fatto che lei è la nostra..."
"Vittoria," gli suggerì Pie, facendosi da parte per permettergli di entrare nella Stanza della Meditazione. Era vuota, come sempre. "Devo lasciarti solo?" gli chiese Pie.
"No," s'affrettò a rispondergli il Maestro. E poi ripeté più pacatamente: "Non farlo, per favore."
Si avvicinò alla finestra dalla quale per tante sere aveva contemplato la ninfa Allegra seduta alla toletta. I rami degli alberi attraverso cui l'aveva spiata si stavano spezzando e frantumando contro i vetri. "Sei in grado di farmi dimenticare, Pie'oh'pah? Ci sono dei modi, vero?"
"Naturalmente. Ma sei sicuro di volerlo?"
"No, ciò che voglio veramente è morire, ma ora quel pensiero mi spaventa troppo. Quindi... l'unica soluzione è dimenticare."
"Il vero Maestro deve trarre esperienza dal dolore."
"E allora io non sono un vero Maestro," rispose Sartori. "Non sono così coraggioso. Fammi dimenticare, mystif. Separami per sempre da ciò che ho fatto e da ciò che sono. Crea un fiume tra me e questo momento, e fa' sì che io non sia mai tentato di attraversarlo."
"Come vivrai?"
Il Maestro ci pensò su per qualche istante. "In continua evoluzione," rispose infine. "Ogni parte non saprà nulla di quella che la precede. Ecco come vivrò. Puoi fare questo per me?"
"Certamente."
"È ciò che io ho fatto con la donna che ho creato per Godolphin. Ogni dieci anni comincerà ad autodistruggersi e scomparirà. E poi s'inventerà una nuova vita e vivrà senza sapere ciò che si è lasciata alle spalle."
Sentendosi organizzare la vita che poi aveva vissuto, Gentle avvertì nella propria voce una sorta di soddisfazione perversa. Si era condannato da solo a due secoli di dispersione, ma sapeva ciò che stava facendo. Era esattamente ciò che aveva stabilito anche per l'altra Judith, considerando ogni possibile conseguenza. Non era soltanto per vigliaccheria che voleva sfuggire a quei ricordi. Era come se volesse punirsi per aver fallito, come se cercasse di relegare il suo futuro in quello stesso limbo che aveva approntato per la sua creatura.
"Mi piacerà, Pie," disse. "Vagherò per il mondo e godrò dei singoli momenti. Solo, non potrò averne la visione complessiva."
"E che sarà di me?"
"Fatto questo, sarai libero di andartene," rispose.
"Per fare cosa? Per essere che cosa?"
"Puttana o assassino, per me non fa differenza," disse il Maestro.
Quella battuta era stata buttata lì a caso: certamente non era da intendersi come un ordine. Ma uno schiavo era tenuto a distinguere tra un comando dato senza pensarci e uno cui bisogna assolutamente obbedire? Certo che no, l'unico dovere dello schiavo è quello di obbedire, specie se chi impartisce l'ordine è, come in questo caso, una persona amata. Ora, con un'osservazione lasciata cadere con noncuranza, il padrone aveva tracciato l'esistenza del suo servo per due secoli, spingendolo a compiere azioni che egli aveva sicuramente sempre aborrito.
Gentle vide le lacrime spuntare negli occhi del mystif, e la sua sofferenza fu come un martello che gli piombasse sul cuore. In quel momento odiò la propria arroganza e sconsideratezza, e odiò se stesso che non si curava di quanto male stesse facendo a una creatura che voleva solo amarlo e restargli accanto. E desiderò più che mai di potersi ricongiungere con Pie per farsi perdonare quella sua crudeltà.
"Fammi dimenticare," ripeté. "Voglio mettere fine a tutto questo."
Gentle vide che il mystif parlava ma non riuscì a sentire la sua voce mentre pronunciava le parole magiche. A quelle parole, però, la fiamma della candela che aveva posato a terra tremolò, e non appena il mystif ebbe ordinato al suo padrone di dimenticare, i ricordi svanirono insieme alla fiamma.
Gentle rovistò nella scatola dei fiammiferi, ne accese uno e fece luce per trovare lo stoppino e riaccenderlo. Ma la notte della bufera faceva ormai parte del passato e Pie'oh'pah, bello, obbediente e amabile se n'era andato con quella. Si mise a sedere davanti alla candela e rimase ad aspettare, chiedendosi se dovesse ancora succedere qualcosa. Ma la casa sembrava morta in ogni sua parte.
"Allora," si chiese. "Cosa succederà adesso, Maestro?"
Fu il suo stomaco che, brontolando, gli fornì la risposta.
"Vuoi mangiare?" gli domandò, la risposta fu un altro brontolio.
"Anch'io," disse.
Si alzò e iniziò a scendere le scale, preparandosi a ritornare alla modernità. Ma, arrivato in fondo, sentì qualcosa che raschiava sul pavimento. Alzò la candela e gridò.
"Chi c'è?"
Non ci fu risposta. Ma il rumore continuò e altri se ne aggiunsero, nessuno piacevole. Il gemito lieve di un agonizzante, un suono debole e strascicato, un fischio. Gentle si chiese quale fosse il melodramma che la memoria stava allestendogli e per la cui rappresentazione aveva bisogno di ricorrere a quei vecchi espedienti. Forse una volta, molto tempo prima, sarebbero riusciti a spaventarlo, ma adesso era diverso. Aveva visto da vicino troppi orrori reali per spaventarsi di fronte a quelle imitazioni.